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Ripartiamo da Marco

di Oreste Parise (Mezzoeuro Anno VI num. 36 del 8/9/2007)

Rende, 13 settembre 2007

I giochi sembrano già fatti e il nome del primo segretario del Partito Democratico sembra  scontato. "Gara a tre ma tutti d'accordo su un nome: Marco Minniti, viceministro dell'Interno, dalemiano e diessino puro", scrive Repubblica.

Si era preannunciata una battaglia epocale che aveva come campo di battaglia Crotone. I propositi di Adamo e della sua componente erano molto bellicosi. Non vi è stato alcuno scontro per il ritiro strategico di uno dei contendenti. Non si è trattato di una resa, ma di un trattato di spartizione intervenuto prima dello squillo delle trombe.

Il trattato di Yalta ha la pretesa di voler designare la nuova mappa del potere nella sinistra, una definizione strutturale degli equilibri. L'obiettivo ancora più ambizioso era definire i contorni di un accordo i potere che consentisse una lunga permanenza al governo della Regione.

Alla base dell'accordo vi è in primo luogo un compromesso tra le due visioni del mondo. La discesa in campo di Minniti era stata sollecitata da Walter Veltroni per aprire balconi e finestre e far entrare aria nuova nel partito in gestazione, in un ambiente saturo di gas venefici che rischiano di avvelenare il clima politico. La sua mission, per usare un termine aziendalistico, era di estromettere il vecchio potere diessina e inaugurare il nuovo corso della politica calabrese: rinnovare la classe dirigente ed aprire ampi squarci nella cittadella diessina per favorire l'ingresso di volti nuovi, attrarre intellettuali e professionisti, coinvolgere la cosiddetta società civile nel progetto di costruzione della nuova politica. Adelante cum juicio.

Quanto ce ne sia bisogno è dimostrato dalla immediata presa del "grillismo" in una regione refrattaria ai cambiamenti ed alle sollecitazioni intellettuali. Se comincia a franare il sillogismo che è il bisogno e la sua risposta clientelare a governare il consenso politico, si aprono scenari nuovi ed imprevedibili.

La candidatura di Carlo Guccione era l'esatto contrario. Una continuità dell'apparato, un imbalsamazione della classe dirigente che si poneva come garante nei confronti dell'ampia base di privilegio che la sorreggeva. L'uso del presente o del passato è incerto: dipende dagli scenari ipotizzati ...

Una precisazione appare indispensabile. La partita della guida del nascente PD si è giocata a senso unico, tutta all'interno dei DS. La Margherita si è disciolta come neve al sole di primavera. La sua classe dirigente si è dimostrata inconsistente ed inesistente, si è limitata a rincorrere, cercando di porsi al riparo sotto il vecchio e conosciuto ombrello del consolidato asse di potere. Sono ignorati nell'ipotesi di accordo, sovrastati dai Guccione e Callipari come sopraintendente di Veltroni.

Margheriti e contorni giocano il ruolo di belle statuine. Il partito ha dimostrato tutta la sua fragilità proprio nel momento della costruzione di una alternativa. La granitica sua classe dirigente che si era fatta eleggere per acclamazione "autoreferenziata" in questa circostanza è apparsa in tutta la sua debolezza. Una armata Brancaleone, reduce da tante battaglie perse, senza un progetto ed una ipotesi di futuro. Non ha caso si è aggrappata disperatamente alla scialuppa dei sopravissuti DS ed ha tentato di salvarsi nel coservatorismo più totale. "Non tocchiamo niente per salvare lo scalpo". Sembra il motto più appropriato per un gruppo arroccato nella difesa disperata di sé stessi Nessuno si è preoccupato di analizzare quella esperienza. Eppure si tratta di un esperimento per molti versi analogo a quello del nascente Partito Democratico che ne delinea una possibile evoluzione.

Nato sulla spinta di una confluenza di un unico organismo di esperienze politiche e di posizioni ideologiche diversificate e spesso conflittuali, non è riuscita ad omogeneizzare le varie anime - cattolici e laici. moderati e riformisti - che erano confluite in esso. Il vecchio Partito Popolare ha preso il sopravvento e la sua dirigenza si è stretta attorno quel nucleo originario.

Guardandola con l’ottica calabrese è stato un esperimento abortito, una pura operazione di facciata che è riuscita solo ad allargare in qualche misura - e in maniera precaria - la base elettorale del disciolto Partito Popolare. Il processo di cannibalizzazione ha annientato la ricchezza della diversità, ha zittito il dissenso, ha innalzato alti steccati a difesa del fortino. È sufficiente ricordare la lacerazioni, gli oscuri risvolti del caso Fortugno, mai chiarito nella sua articolazione politica, la débacle elettorale reggina, che ha fatto registrare un andamento da cardiopalma: impennate improvvise e rovinosi crolli... Certo in un piccolo gruppo si è trasformato in una macchina di potere, ma il processo di penetrazione nella società è andato esaurendosi, ha perso il suo fascino progettuale e la capacità di attrazione di forze giovani ed innovative. Una conseguenza inevitabile di una politica che ha privilegiato l'acquisizioni di apparati ed il recupero della vecchia classe politica ad un radicamento nella società con il contributo di forze nuove. L'ancora del PD è la zattera provvidenziale che appare dopo il naufragio di quella esperienza.

I dirigenti di quel partito di erano trasformati in un clan chiuso, molto esclusivo dove tutto veniva deciso tra una pizza e l'altra. È sufficiente pensare a quanto si è verificato nel momento di maggiore fibrillazione politica, che avrebbe richiesto uno sforzo di elaborazione critica, un coinvolgimento della base. In questa fase costituente gli organi del partito sono rimasti inattivi, muti ed attoniti di fronte al precipitare degli eventi.

Perché rivangare oggi quella esperienza? Perché il processo di costituzione del PD è per molti versi analogo e l'analisi di quegli errori avrebbe potuto evitare di bissarli nella nuova esperienza.

Anche in quel caso si è tentato di costruire un soggetto politico plurale, aperto ad esperienze diverse, al contributo della società civile, con un progetto di grande rinnovamento del Paese. E di una semplificazione del quadro politico. Su è dimostrato velleitario soprattutto perché si è fermato a livello dei vertici, mentre la penetrazione nella società attraverso i circoli era una pura operazione di facciata che non si è voluto prendere sul serio.

Il processo di cannibalizzazione potrebbe ripetersi nel PD, con gli ex-DS che giocano il ruolo dei Popolari? È un interrogativo aperto e sono possibili tutte le congetture. Gran parte della risposta si gioca però nel modo di costruzione del nuovo soggetto. L'impressione è che ancora una volta si vuole solo spolverare solo la superficie.

Guardando il processo con le lenti di ingrandimento nazionali saltano in evidenza alcune ricorrenze. Ancora una volta si è perso l'obiettivo della semplificazione politica. A sinistra nasce la Sinistra Democratica che dovrebbe a sua volta confluire nella "Cosa Rossa", mentre all'opposto Willer Bordon si affretta a costituire Unione Democratica, insieme al Partito dei Consumatori di Bruno De Vita (accreditato da una percentuale da prefisso telefonico) e con la possibile confluenza dei radicali di Pannella e Bonino, dei socialisti di Angius e Boselli, dei repubblicani di Luciana Sbarbati. Ma obiettivo più ambizioso è il tentativo di coinvolgimento del popolo dei blog, di trasformare in massa politica il popolo di Beppe Grippo. Per questo l'assemblea costituente si terrà in un teatro, il Capranica di Roma ...

Tra la "Cosa Rossa" e l'Unione Democratica il numero dei gruppi del centrosinistra cresce ulteriormente e forse tracima oltre i confini per prefigurare nuovi scenari. Come in altre occasioni (vedi la nascita della Margherita) la realtà ha superato la fantasia e la frammentazione si è presentata in maniera più robusta di prima. Forse bisognerebbe cominciare a pensare che le forzature dall'alto producono effetti indesiderati, perché ogni leader si sente legittimato a proporre la sua soluzione e la sua visione del mondo.

La democrazia non conosce scorciatoie e bisogna rassegnarsi a pensare che vi è una ampia voglia di partecipazione che viene sistematicamente ignorata dalla casta. L'arroccamento provoca una reazione violenta di antipolitica, che può essere frenata solo da una buona politica, da una risposta coraggiosa e coerente.

Crotone appare lontano, sebbene sia passati solo pochi giorni. Sul filo del traguardo si è avuta una improvvisa accelerazione. Agazio Loiero ha scoperto le sue carte ed ha calato il suo asso: Marilina Intrieri. Il prof. Criscuolo era in tutta evidenza un agnello sacrificale da utilizzare per sparigliare le carte ed impedire una facile lettura degli eventi. Non si è trattato di un sacrificio inutile. È stato ripagato anzitempo con  un incarico prestigioso.

La candidata agaziana è una diessina, approdata ai DS dopo lunghi giri di valzer, partendo dalla sua anima democristiana. Una perfetta sintesi dell'anima del nuovo partito, avendo avuto come compagni di viaggio nel suo peregrinare tanto Loiero quanto la compagnia guccioniana. In aggiunta è una donna che ha il compito di rivolgersi all'altra metà del cielo e la prosecuzione dell'esposizione mediatica al femminile inaugurata dal PDM. Una operazione di immagine e di sostanza. Ma che senso ha questa candidatura?

Fino a pochi giorni prima era una sponsor del suo antagonista, riconoscendogli le doti di intelligenza e di rappresentatività politica. D'altronde, nel PD calabrese tutti sono disposti a riconoscere che quello di Minniti è il nome più prestigioso ed autorevole disponibile sulla piazza regionale. Lo stretto fronte agaziano sembrava pronto a compattarsi sul nome di Minniti salvo contarsi nelle liste nazionali appoggiando Rosy Bindi. Cosa ha sparigliato le carte?

Per tentare di dare una risposta bisogna andare proprio sul campo del suo antagonista e chiedersi se tra l'ala movimentista e quella conservatore all'interno dello schieramento si è trattata di una pace vera, o di una tregua armata con i coltelli tra i denti.

Le asce di guerra sono state nascose tra le pieghe degli abiti, ma non sono state sotterrate. La candidatura di Minniti resta infatti espressione del Politburo romano. Si è trattato di  un vero e proprio diktat veltroniano che è stato accettato con molti mugugni e dopo aver avuto ampia garanzia sul piano personale e politico. Intanto, secondo gli esegeti di quel accordo "segreto" Carlo Guccione diventerebbe Vice-Sindaco di Cosenza, per poi trasferirsi sui banchi di Montecitorio. Una resa molto onorevole. Ma l'aspetto più significativo è la conservazione di una classe dirigente accerchiata dalle inchieste giudiziarie, sottoposta a feroci critiche, oggetto di una ondata di antipolitica o di insofferenza che non trova riscontri in tempi recenti. Il divino Marco è in grado di dare sufficienti garanzie e protezioni. Chi non ricorda le sue decise prese di posizioni nel caso Pacenza? Non è mancata qualche insinuazione sull'esilio forzato  per periodo piuttosto lunghi dello stesso Minniti a causa del suo incarico di viceministro. Di fatto la guida del partito resterebbe nelle mani dello stesso Guccione ...

Il rinnovamento nella continuità. È questa la quadratura del cerchio che si è cercata e tentata. Ma la spinta del rinnovamento esige delle vittime sacrificali poiché le proteste montanti non possono essere del tutto ignorate. Un "cialtrone" come Beppe Grillo raccoglie folle di giovani a Cosenza che organizzano un evento e raccolgono più di un migliaio di firme in un giorno. È un cerino acceso che rischia di provocare un incendio. I segnali di un "malaise croissant" nella società calabrese sono molteplici, l'insofferenza nei confronti di una classe politica familistico-clientelare non si riesce ad arginare. E lo spettro di una epurazione necessitata dagli eventi potrebbe prendere corpo. Insomma è facile salvarne qualcuno, appare quasi disperato il tentativo di congelare l'esistente. Questa è la spada di Damocle che non è possibile rimuovere perché non è gestibile nel Soviet regionale. Insomma la tregua siglata a Crotone potrebbe significare l'ingresso nel "Miglio verde", una lunga e lenta discesa verso l'abisso.

Molte sono state le voci, ed autorevoli, che hanno tentati di demonizzare il grillismo, da Pierferdinando Casini allo stesso Eugenio Scalfari su Repubblica. Ma soprattutto in Calabria c'è un disperato bisogno di una ripartenza, di un profondo rinnovamento della classe politica, che passi attraverso la restituzione agli elettori, ai cittadini, del potere di scelta. Con metodi anche drastici e sbrigativi, poiché il vento della protesta rischia di trasformarsi in un uragano. Anche nella Rivoluzione Francese non si è andati tanto per il sottile nel far calare la mannaia della ghigliottina. Per fortuna oggi c'è bisogno di far cadere molte teste, ma solo metaforicamente sfilandogli la poltrona da sotto il sedere.

Non c'è alcun rischio rivoluzionario. Il grillismo è un movimento moderato, come dimostra la compostezza delle manifestazioni di piazza. La risposta è una "rivoluzione moderata", un ossimoro che descrive con sufficiente precisione l'indignazione di un popolo sazio, che vuole un cambiamento senza sconvolgere il sistema. I moderati sono l'assoluta maggioranza nel Paese, ma hanno piene le scatole di un sistema imbalsamato nei suoi privilegi che non riesce a dare risposte alle esigenze reali della società.

La tregua appare un patto scritto sulla sabbia, che il vento della protesta potrebbe cancellare senza preavviso.

Su questo scenario si inserisce l'incognita del PDM e il suo peccato originale della ricerca di autonomia, che era uno dei due pilastri costituenti. L'altro - per inciso - era la doverosa difesa degli amici. Entrambi cadono a fagiolo in questo frangente per favorire una alleanza strategica tra Agazio Loiero e Nicola Adamo, uniti per contrastare il diktat romano e difendere una comune esperienza di governo. Non solo contro i marosi si una contingenza politica che si va ingarbugliando, ma per immaginare una prosecuzione del percorso. La posta in gioco è insomma il presente e l'immediato futuro della sua giunta. È ormai arrivato il momento di pensare alla prossima scadenza elettorale regionale. Il futuro è adesso, perché adesso si delineano gli equilibri.

In questa prospettiva il Presidente ed il suo vice sono legati da un comune destino. Simul stabunt, simul cadent. Almeno per ora, poiché gli equilibri in politica sono eternamente instabili. Il Presidente non vuole certo essere chiuso in un angolo, ed appare improbabile che il suo vice rinunci senza combattere ai suoi propositi bellicosi. La nascita del nuovo soggetto politico ha creato una convulsione nel sistema di potere e si rendono necessarie strategie adeguate. Palesi ed occulte.

Nella confluenza in un soggetto unico occorre contarsi, valutare la consistenza delle truppe cammellate di cui si dispone per prepararsi alla prossima battaglia campale. Forse è tramontata l'ipotesi di una bella elezione plebiscitaria, che arrivi per acclamazione alla fine di una giornata di celebrazioni. Anche se non è detto che non si ricorra anche questa volta alla contrattazione "a corpo e non a misura", secondo una comune formula commerciale. Vale a dire con una pesa a tavolino delle varie componenti.

Tanto tutta la partita si è giocata e si continua a giocare solo tavolino. Non vi sarebbe nulla di strano in un risultato deciso appunto, a tavolino. Prima del fatidico appuntamento del 14 ottobre i confronti, pubblici, segreti, confidenziali sono destinati ad infittirsi. Tutti condotti tra i big autoreferenziati, tra i soliti noti che tra una pizza e l'altra decideranno chi sta con chi, calcoleranno le percentuali di popolarità. Utilizzando i pesi atomici perché già il bilancino del gioielliere appare inadeguato a misurare le impercettibili differenze nelle linee politiche e della grado di popolarità che ciascuna proposta riceverà nel popolo dei democratici. Si ha un sacro terrore di chiamare il popolo bue a svolgere un ruolo attivo. Meglio la sua funzione di claque, di umanità plaudente.

Per scongiurare una tale ipotesi, Marco Minniti aveva mandato da subito segnali di distensione con una dichiarazione in favore della giunta regionale e del suo operato e con una  pronta richiesta di collaborazione allo stesso Carlo Guccione, per dare sufficienti garanzie di voler perseguire una linea di continuità.

Tutto questo non è bastato e il Governatore ha calato il suo asso, che scompiglia i giochi tra i DS, poiché Marilina Intrieri proviene da quelle file ed è in grado di far confluire consensi senza destare scalpore e sconcerto.

L'ipotesi più probabile è che il PD non sia l'approdo definitivo di Loiero e del suo PDM. Intanto, non sembra che l'abbai ancora sciolto, né gli è stato chiesto questo sacrificio. Resta in incubazione come una struttura organizzata pronto alla bisogna. E poi le incognite sono tante. La scelta del prossimo candidato alle prossime regionali produrrà più che qualche mal di pancia nel nuovo partito e le possibilità di una scissione. Il disegno di Loiero sembra quello di voler riprodurre in Calabria il modello bassoliniano: un potere personalizzato, centrale rispetto a qualsiasi altra ipotesi, in grado di condizionale partiti e schieramenti locali. ad attenderlo oltre gli steccati del PD vi sono la schiera dei moderati e quella numerosi del sistema di potere costruito ed in costruzione. Sarà vero? Si tratta della trascrizione di un vecchio manoscritto del compianto Isaac Asimov. Come futurologo ci ha azzeccato spesso.

La candidatura di Maria Eugenia Jimenez, come espressione della componente di Letta, ha come obiettivo quella di potersi sedere al tavolo della spartizione. Le sue doti e capacità non gli consentono di essere competitiva. "Les jeux sont faits!". Il croupier ha dato inizio alla roulette delle primarie.


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