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Rende, 24 settembre 2009
Agricoltura e turismo, il binomio di sviluppo della Calabria. Tra veleni e disorganizzazione si rischia di dover recintare il Pollino e chiuderlo con un lucchetto e blindare la regione. Tanto per il mare costituisce da sempre una barriera per la regione, da lì vengono solo carrette di desperados
Cosa vale il turismo per la Calabria? Sulla base di uno studio della Federalberghi-Confturismo in partnership con l'Ente Bilaterale Nazionale del Turismo - EBNT, che ha analizzato i dati INPS 2008, “il sistema ricettivo in Calabria crea occupazione per circa 5.700, di queste più di 3.500 negli alberghi”. Un altro dato molto significativo è costituito dalla dimensione degli esercizi: la media dei dipendenti per albergo è di 10,8 dipendenti, che salgono a 11,2 nel sistema ricettivo costituito da residence, villaggi turistici, campeggi, agriturismo, le case e gli appartamenti per vacanze, B&B ed affittacamere.
Secondo l'ultimo rapporto sul turismo pubblicato a febbraio scorso dall'Assessorato competente della regione, la struttura ricettiva dispone di 150.340 posti letto, con 8,7 milioni di presenze nel 2007 (ultimo dato disponibile): un posto letto è mediamente occupato per circa 58 giorni l'anno.
Un dato alquanto sorprendente è costituito dal fatto che la regione Calabria è la prima in Italia per media di posti letto per singola struttura ricettiva e negli ultimi anni tendono ad aumentare. In termini più chiari mediamente ha gli alberghi più grandi e capienti rispetto a tutte le altre regioni della penisola. Questo significa che con tutte le leggi agevolative che si sono succedute negli anni si è favorita la costruzione di megastrutture, in contrasto con la conformazione geografica della regione che disponendo di 800 chilometri di costa poteva puntare sulla valorizzazione dello spazio disponibile in quantità quasi illimitate. Ancora una volta si è preferito il gigantismo, si è puntato su un dato quantitativo che equivale a voler incrementare il turismo di massa. Una scelta che non ha pagato, guardando alla performance degli ultimi decenni, ma forse obbligata per l'incapacità di organizzare una rete di servizi in grado di attrarre un turismo più elitario.
Guardato attraverso le lenti delle statistiche ufficiali l'intero settore rappresenta ben poca cosa, che contrasta in maniera violenta con l'analisi dell'offerta turistica e la capacità ricettiva. La regione continua a creare nuovi posti letto, mentre il flusso turistico declina, con un bassissimo indice di utilizzazione dei posti/letto e dell'indice di penetrazione alberghiera. Abbiamo molti alberghi concentrati sulla costa e poca disponibilità ricettiva nel restante territorio. Vaste aree interne sono sprovviste di qualsiasi struttura e non partecipano in alcun modo al movimento turistico. Eppure, le aree interne hanno un grande patrimonio immobiliare che potrebbe costituire la base di un turismo diffuso. In molte regioni, come la Toscana e l'Umbria ma anche l'Abruzzo e la Basilicata, godono di un consistente movimento di nordeuropei che hanno trasferito la loro residenza nei casolari per poter godere della tranquillità e la disponibilità di grandi polmoni verdi.
Analizzando il trend del settore alla luce delle statistiche ufficiali, negli ultimi anni si è registrato un piccolo movimento positivo, interrotto nel 2008 che ha visto una consistente flessione del flusso turistico.
La stagione 2009 si è appena conclusa ed i dati non sono ancora stati diffusi, ma l'impressione generale che si è trattato di una stagione da dimenticare. Estate turistica ricca in Calabria, ma solo per un mese l'anno.
Secondo i dati forniti da Federalberghi Calabria si è salvato solo il mese di agosto, per il resto della stagione le percentuali di occupazione delle camere scendono drasticamente al di sotto del 30%. La stessa fonte sostiene che l'87% dei turisti vengono in Calabria perchè ha un'idea dell'ambiente sano e incontaminato, al secondo posto per l'enogastronomia. “Non si è mai vista una percentuale di camere occupate del 27-28% oppure pensione intera fatta pagare come una mezza pensione, i centri benessere inclusi nei pacchetti o le escursioni esterne offerte dalle strutture alberghiere», dice Vittorio Caminiti Presidente di Federalberghi.
Al di là dei numeri, il settore è strategico nell'economia della regione, poiché si annidano tanti posti sommersi che danno un contributo decisivo alla formazione del Pil regionale.
Il disastroso andamento della stagione 2009 non è sfuggito agli operatori ed ai politici. In un incontro tenutosi alla provincia di Cosenza, tutti i sindaci dei comuni costieri hanno lamentato il fenomeno che poteva percepirsi a pelle. Soprattutto l'inizio della stagione è stato disastroso e solo la clemenza del tempo che ha protratto il periodo di alta pressione ben oltre i termini normali ha consentito un recupero in extremis, senza tuttavia riuscire ad invertire completamente la tendenza.
“Un aspetto critico, anche più accentuato rispetto alla media delle altre regioni del Mezzogiorno, è quello della eccessiva stagionalità tipica del turismo balneare che è quasi monovalente”, sottolinea il rapporto della Regione. L'alta stagione, che dura circa un mese, concentra l'89% delle presenze. C'è poco da analizzare. La quasi totalità è costituita dal turismo balneare, mentre le altre componenti, come il turismo culturale o religioso, ha una incidenza irrisoria. Troppo spesso, si magnificano le bellezze artistiche o architettoniche, ma la regione non riesce a competere in questi settori.
Le risorse storico-architettoniche della Calabria sono molto limitate e troppo spesso la disorganizzazione contribuisce a deprimerne la capacità attrattiva. Più che il dato assoluto soffriamo per un confronto impietoso con le regioni limitrofe come la Sicilia e la Campania che possono vantare un patrimonio realmente imponente. Non a caso nel “grand tour” dei viaggiatori del Settecento, la Calabria era una terra di passaggio.
Il mare costituisce l'attrattiva di maggior impatto nella scelta della località come meta delle vacanze dei visitatori, seguita dalle bellezze naturalistiche e su questo bisogna puntare in attesa di poter valorizzare il patrimonio archeologico o storico-architettonico con una azione che potrà essere efficace nel lungo periodo quando la regione saprà farsi inserire nei circuiti culturali del turismo internazionale.
Il contributo alla formazione del Pil regionale del turismo è di difficile valutazione poiché Ë incluso nella voce “Commercio, riparazioni, alberghi e ristoranti, trasporti e comunicazioni”, che contribuisce per € 6.301,6 milioni di euro, pari al 19,39% del Pil regionale (20,54% a livello nazionale).
Come è stato sottolineato, il settore è caratterizzato da una forte stagionalità che determina l'utilizzo di lavoro temporaneo, part-time e, in misura elevata, sommerso, che non viene rilevato nelle statistiche ufficiali.
Vi è poi un elevata incidenza delle seconde case, per una scellerata politica di sviluppo edilizio che ha avuto il su acne negli anni ottanta che produce un mercato in nero, poiché gli affitti non vengono denunciati. Questo flusso diminuisce di anno in anno poiché è mancata una politica di riqualificazione, mentre si è concluso il ciclo di utilizzo legato alla crescita dei figli degli acquirenti che cercano nuove mete di evasione e non gradiscono la vacanza stanziale. Si è in tal modo creato un volume consistente di offerta immobiliare che non riesce a trovare acquirenti. Soprattutto nel Tirreno Cosentino si è prodotta una spirale recessiva poiché la scarsa dinamicità del mercato immobiliare ha un effetto depressivo anche sul movimento turistico che soffre per la scarsa vivacità dei servizi. Senza un consistente afflusso è difficile immaginare la movida, e la gente in vacanza preferisce i luoghi affollati, vuole immergersi nel caos. Chi cerca la tranquillità non programma le proprie vacanze i luoghi balneari, dove si concentra il turismo di massa. Si dirige altrove e trova deprimente rigirarsi in spiagge semideserte, con poche occasioni di divertimento.
Si continua a parlare della necessità di destagionalizzare la domanda, ma viene fatto molto poco per non dire niente, per includere la regione nel circuito del turismo ambientale, sociale, scolastico, sportivo, religioso e della convegnistica internazionale. L'esempio della riviera romagnola è indicativo in questo senso. Benché il mare sia ormai atrofizzato per l'aggressione delle alghe, gli operatori sono riusciti a sostituirlo con una ampia offerta di servizi di leisure, di divertimento e storico-culturali che hanno distribuito il flusso lungo tutto il corso dell'anno. Non vi è alcun piano organico per un adeguamento del nostro sistema ricettivo, soprattutto in termini di qualità e di complementarietà dei servizi, anche rapportati alle diverse esigenze climatiche dei mesi di bassa stagione turistica. Volendo utilizzare il linguaggio dell'informatica, si è provveduto ad investire nell'hardware, ma ancora insufficiente risulta il corredo software in grado di utilizzare pienamente le capacità elaborative del sistema.
L'aeroporto di Lametia Terme svolge un ruolo strategico in questa direzione e registra incrementi considerevoli di anno in anno, ma tuttora insufficienti rispetto alle sue potenzialità, ma soprattutto alle capacità di attrazione della regione. Un punto di grande debolezza è costituito dagli scarsi collegamenti dell'aeroporto con i principali poli turistici. Manca una rete di trasporto pubblico tanto su gomma, poiché vi sono pochissimi bus di collegamento e manca ancora il collegamento con il sistema ferroviario. Una volta arrivati spesso l'unica alternativa sono i taxi privati, che con le loro tariffe esorbitanti annullano il vantaggio di un biglietto low-cost.
Certo, parlare di turismo in Calabria oggi pare quasi una beffa. Di fronte all'ipotesi che tutto il mare calabrese sia costeggiato da una miriadi di navi affondate con il loro carico di veleni non vi può essere futuro. In questo bisogna essere chiari oltre ogni limite, poiché dormiamo con sotto il cuscino una bomba ad orologeria, un micidiale mix inquinante che potrebbe risultare letale non solo per il turismo, ma per la stessa sopravvivenza nella regione.
L'aspetto più preoccupante è l'associazione del disastro ambientale con la Calabria e la 'ndrangheta, quasi fosse un problema solamente calabrese. Basta dare uno sguardo alla mappa delle navi affondate per accorgersi che sono dislocate in un'area molto ampia. Il pericolo principale si concentra al largo della costa greca ed albanese, oltre che nel Tirreno e nel mar Jonio dalla Calabria fino alla Puglia. Il danno più rilevante d'immagine è certamente quello della Calabria e proprio per questo occorre mobilitarsi.
La prossima stagione turistica va necessariamente programmata da subito, poiché a ridosso dell'estate sarebbe suicida affrontare queste problematiche senza avere qualche straccio di soluzione.
Di fronte ad una situazione potenzialmente così allarmante, è quasi irreale pensare che l'argomento è già stato cancellato dai media, il governo fa finte che i tratti di una quisquilia da nulla. Si cerca di minimizzare in tutti i modi. Questo è oggi possibile perché ancora il danno maggiore non si è verificato, ma quando dovesse succedere sarà troppo tardi per intervenire.
Soltanto l'assessore all'Ambiente della Regione Calabria Silvio Greco si agita e urla tutta la sua preoccupazione, forse anche proprio perché è un biologo marino e dirigente del centro di ricerca dell'Ispra ed è ben consapevole dell'entità del problema.
''E' incredibile questo assordante silenzio del Governo su una questione che ormai è diventata internazionale''. Ha Silvio Greco, intervenendo al Consiglio straordinario urgente convocato dalla Provincia di Cosenza sui rifiuti tossici che si è tenuto il 25 settembre''. I rappresentanti politici della regione stanno ripetutamente chiedendo un incontro con Ministero dell'Ambiente, ed i rappresentanti del governo. Ma sono solo riusciti a farsi ricevere da Bernadette Nicotra, capo gabinetto del ministro, ma per il resto niente. ''Se la nave fosse stata trovata a Portofino ci sarebbe stato lo stesso silenzio?''.
''Dobbiamo chiederci il perché di 17 anni di silenzio - ha detto ancora Greco - perché gli ambientalisti sono stati denunciati, chi sosteneva la presenza delle navi presi per pazzi e i magistrati ostacolati''. Francesco Cirillo, che da anni sostiene una vera e propria campagna per far luce su queste vicende oscure ha avuto come unica conseguenza quella di una denuncia. Ma nessuno in tutti questi anni si è preoccupato di verificare cosa ci fosse di vero in quanto ha affermato fino alla noia.
All'assessore Greco si è aggiunta la voce di Mario Oliverio. “Sul ritrovamento del relitto al largo delle coste calabresi il sipario non si abbasserà. Nessuno si illuda che su questa vicenda si possano spegnere i riflettori o far calare il silenzio”.
“Abbiamo convocato questa riunione del Consiglio Provinciale perché in ognuno di noi c'è la consapevolezza che questa è una problematica le cui implicazioni sono dirimenti rispetto al futuro sviluppo della Calabria.
Fino ad oggi abbiamo registrato una sottovalutazione colpevole rispetto a questa vicenda. Da oggi in poi non tollereremo più ulteriori ritardi e silenzi. Al Presidente del Consiglio dei Ministri, on. Silvio Berlusconi, chiederemo, già nelle prossime ore, di essere ricevuti in qualità di rappresentanti delle istituzioni calabresi, per essere informati sulle iniziative che il Governo intende predisporre”.
Quello che colpisce nelle dichiarazioni dell'assessore Greco, che parlava anche in qualità di tecnico, è la dimensione del problema da un punto di vista economico. Una sola giornata della nave Astrea noleggiata per effettuare un primo sommario esame del relitto costa qualcosa come 80.000 euro. Le cifre necessarie per poter effettuare il recupero della Cunsky secondo quanto affermato da Greco, si aggirano su 1-2 miliardi di euro. Basta una moltiplicazione per calcolare la cifra necessaria per tutte e trenta le navi che sono state affondate lungo le coste dei nostri mari. Si tratta di un ammontare pari ad una finanziaria pesante, che certamente sono al di fuori della portata della regione. Resta un problema tecnico della disponibilità della tecnologia necessaria per poter tentare una operazione di questo tipo, che si presenta di estrema delicatezza perché il tentativo di rimozione potrebbe accelerare la rottura dei contenitori e provocare la fuoriuscita del loro contenuto. Il problema più importante da affrontare è la verifica del tipo di inquinamento, che poi in sostanza si traduce nella domanda se quei maledetti fusti possano contenere materiale radioattivo o veleni di altra specie. In ogni caso il danno sarebbe comunque enorme poiché si rischia di compromettere un sistema ecologico già ampiamente danneggiato per effetto di un uso dissennato del mare e l'incapacità di una opera di sorveglianza per impedire disastri di inimmaginabile portata.
Ma la radioattività, che secondo quanto affermato da Silvio Greco appare l'ipotesi più probabile, è una prospettiva terrificante che rischia di compromettere il futuro dell'intera regione per i secoli a venire.
Agazio Loiero ci tiene a sottolineare che “si è creduto più importante anteporre i problemi di salute dei calabresi all'eventualità di ripercussioni sul settore turistico”. Prima della prossima estate, dovremmo dare qualche risposta importante all'allarme che si è creato, per evitare che l'annunciato disastro ambientale sia preceduto da un disastro sociale.
Assieme al turismo, agricoltura e pesca rischiano un collasso altrettanto grave. In una regione priva di un sistema industriale sano, cosa resterà per il suo sviluppo.
Il rischio è reale, ma nascondere la verità sarebbe una scelta ancora più disastrosa.
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Ultimo aggiornamento del 11/28/2008 17:23:22