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Rende, 2 ottobre 2009
Un ponte sospeso sul mare proteso verso il vuoto. Un segno indelebile dell'incubo residuato di una industrializzazione fallita. C'è la possibilità di un recupero? Vi sono tante proposte, ma la politica latita.
In una conversazione informale con Giuseppe Panarello nel suo studio di Nicastro il discorso cade sul pontile di Lametia. Cavolo, cos'è sto' pontile? E allora spunta il “pacchetto Colombo”, la Sir e la zona industriale di Lametia, il Centro Agroalimentare. Una pentola che emette esalazioni mefitiche ogni volta che viene scoperchiata.
Mi accorgo di essere proprio un ignorante, perché è un pezzo di importante della nostra storia recente quello di cui stiamo parlando e nonostante tutto ho qualche difficoltà a focalizzare l'argomento. Eppure dovremmo sapere tutto perché è qualcosa di cui portiamo le cicatrici ancora oggi. In verità pochi sembriamo ricordare quelle vicende. Sarebbe interessante fare una piccola indagine nelle scuole di Lamezia per sapere quanti tra professori ed alunni conoscono l'area industriale e la storia dell'industrializzazione mancata. Per non parlare del resto della regione. Sono storie che dovrebbero essere incluse nel bagaglio culturale di ciascuno di noi. Ci si accorge però che tutti conoscono la bellissima calabrese incoronata miss Italia, ma la Sir è un oggetto misterioso anche per chi fa ci abita a fianco.
Certo, qualcosa è rimasto tra i ricordi, soprattutto le frasi fatte: il mancato sviluppo, le cattedrali nel deserto, il fallimento del piano chimico e così via. Mi riprometto di fare una ricerca per ricomporre nella memoria quelle vicende dimenticate.
Giovanni Minoli ha riproposto le vicende di quegli anni nel suo programma “La storia siamo noi” su Raidue. Tutto parte dai “moti” del 1970-71, la cosiddetta rivolta di Reggio Calabria, quando tutta la città scese in piazza per protestare contro la decisione di assegnare a Catanzaro il capoluogo della regione. Una vicenda di squallido campanilismo alimentata dal grave stato di disagio sociale vissuto dalla regione, una condizione che non ha mai cessato di essere attuale.
Alle questioni di orgoglio campanilistico si univa il miraggio degli interessi concreti legati al reperimento della sede, o delle sedi degli uffici del nuovo ente, e dello sviluppo legato alla concentrazione di un alto numero di dipendenti e le attività indotte. La tradizionale rivalità tra le due città provocò un vero e proprio sollevamento popolare morti, feriti, arresti e distruzioni, tanto che fu necessario ricorrere all'esercito.
Il “pacchetto Colombo” è stata la risposta del governo a quella follia. Per domare la rivolta, dopo il bastone si è deciso di far ricorso alla carota, con la programmazione di una serie di interventi che accontentasse tutte le province calabresi, che al momento erano tre, poiché Catanzaro non aveva ancora vissuto lo squartamento, con la creazione delle province di Vibo Valentia e Crotone. Il “pacchetto” prevedeva un insieme consistente di investimenti infrastrutturali e nuove iniziative industriali prevalentemente nei settori chimico, siderurgico e tessile, tre settori che presentavano in quel momento gravi momenti di criticità e una rapida delocalizzazione delle produzioni. Gli investimenti complessivi erano pari a 1.800 miliardi di lire dell'epoca e prevedevano la creazione di 25.000 posti di lavoro diretti a regime: in quel momento (1971) gli addetti al settore manifatturiero dell'intera regione erano pari a circa 38mila.
Il pacchetto era stato costruito con il bilancio del gioielliere, cercando di spalmare favori e risorse su tutto il territorio calabrese: il capoluogo a Catanzaro, l'Università e la sede Rai a Cosenza, la sede del Consiglio regionale ed una serie di investimenti industriali. Le industrie programmate erano: il Quinto Centro Siderurgico a Gioia Tauro, il Polo tessile a San Gregorio, le Officine grandi riparazioni Ffss a Saline Ioniche, uno stabilimento dell'Egam nella Piana di Sibari, della Sir nella Piana di Sant'Eufemia, un impianto della Liquigas a San Leo e un altro, la Liquichimica, a Saline di Montebello Ionico ed inoltre un insieme di iniziative nel comparto tessile afferenti al gruppo italo-svizzero Andreae a Castrovillari e a Reggio Calabria. Di tutto ciò non è rimasto nulla, tranne il Porto di Gioia Tauro per una combinazione straordinaria e l'intuizione di un imprenditore genovese, che ha scommesso sul suo rilancio tra lo scetticismo generale.
La meridionalizzazione degli investimenti si è rivelata un bluff, per il carattere approssimativo e raffazzonato degli interventi, alcuni completati e mai entrati in funzione, altri abbandonati allo stadio della progettazione, altri ancora con una vita breve e stentata. Quello che non si è minimante avvicinata alla previsione è il livello occupazionale, fermatosi a qualche migliaio di operai finiti quasi tutti in Cassa integrazione. Gli investimenti programmati giungevano proprio mentre entravano in crisi le produzioni di massa, soppiantate da strutture imprenditoriali più flessibili e meno accentrate in grado di rispondere rapidamente alla elevata volatilità della domanda con una pronta diversificazione produttiva.
Alla fallimentare programmazione si è aggiunta la serie di crisi economiche, come il primo shock petrolifero del 1973 a seguito della guerra del Kippur.
In particolare il Quinto centro siderurgico è l'esempio più lampante di una programmazione fallimentare e di una arroganza senza limiti del potere che non si è fermato neanche di fronte all'evidenza. Proprio nel momento in cui veniva annunciata l'intenzione di costruirlo, lo storico presidente dell'Iri Giuseppe Petrilli, in carica per quasi vent'anni dal 1960 al 1979, annunciava la crisi del quarto centro di Taranto.
Si è però andati avanti lo stesso, facendo uno scempio di una delle migliori pianure calabresi, ricca di agrumeti e oliveti secolari sradicati senza pietà per trasformare quell'area di 1.000 ettari in una landa desertificata.
Ancora più fallimentare la decisione di realizzare una centrale a carbone, che ha incontrato una opposizione popolare violenta e incontrollabile, per la recente e devastante esperienza del Quinto Centro Siderugico.
Ancora più allucinante la storia della Liquichimica che ha realizzato un impianto per la produzione di bioproteine a Saline Ioniche. Avendo il patron della Liquichimica trovato la mucca dalle "minne" d'oro aveva rilanciato l'investimento, con la costruzione del megaimpianto di Lametia.
Nessuno dei due è mai entrato in funzione perché il ministero della Sanità ha dichiarato cancerogene le bioproteine, dopo che il ministero dell'Industria aveva dato l'autorizzazione a costruire gli stabilimenti.
Al grande imbroglio della chimica è legata anche lo sbarco in Calabria dei Costanzo, arrivati intorno al 1975 per la costruzione della Liquichimica di Saline Joniche, prima previsto in Sicilia. I Costanzo si aggiudicarono l'appalto in consorzio con altre ditte, e lo subappaltarono agli Iamonte, capi dell'organizzazione mafiosa del comune di Montebello Jonico e di Melito Porto Salvo, e ai quali più tardi fu affidata anche la gestione della mensa aziendale.
Anche a Lametia non sono mancate le connivenze, rimaste più occulte ma il reiterato scioglimento del consiglio comunale testimonia del grado di inquinamento mafioso che l'ingente flusso di investimenti ha prodotto anche nella piana lametina.
Giuseppe mi regala un libro edito da Rubbettino, “Oggettinstabili, Pontilelamezia nuove ipotesi” dove vengono illustrati vari progetti di riqualificazione di questo oggetto misterioso. E' stato pubblicato nel 2008 come documento della mostra evento organizzata da Carlo Carlei e Caterina Misuraca, che scopriamo ora con encomiabile … tempestività! Hic et nunc urge una gita turistica per avere una impressione visiva di queste strane idee che vengono illustrate.
Andiamo, Piero, mi accompagni. Da solo non saprei come arrivarci. Quella landa immensa e desolata chiamata genericamente “Area ex-Sir”, o area industriale costituisce un incubo per chi vuole avventurarvisi. Una distesa immensa con qualche industria qua e là, senza che vi sia nessuna indicazione, nessuna vita apparente. Le strade deserte sono solcate da auto ad andatura spedita, forse per la fretta o per la noia di trovarsi in un paesaggio lunare, frustrante. Nel mezzo di un campo, un chiosco vende bibite e panini. La clientela è costituita dai dipendenti rinchiusi nei capannoni, che possono allietare le loro pause addentando qualche kitkat per addolcire la frustrazione di trovarsi in una discarica sociale. Esattamente l'opposto di quanto ci si immagina di trovare in una area industriale, un'area attrezzata con strade larghe ed illuminate, con le aziende addossate l'una sull'altra per cogliere le sinergie, servizi in comune, trasporti rapidi ed efficienti. Quella che attraversiamo è una estrema periferia degradata senza neanche il caos delle bidonville, l'animazione dei desperado che vi abitano.
I collegamenti dell'area industriale sono assicurati dalla s.s. 18, e la viabilità interna è costituita da strade sconnesse e intricate dove è difficile orientarsi. Ci vogliono una ventina di chilometri per raggiungere l'autostrada. “Per fortuna” le imprese sono poche, altrimenti ci sarebbe il caos perpetuo.
L'azienda più grande è quella che viene conosciuta come il “Centro agroalimentare”, più di 50.000mq costruiti per non fare nulla, nato per sfruttare dei fondi, ma senza alcuna idea di quello che si sarebbe potuto e dovuto fare. Per rispettare il suo vizio d'origine, nulla ha fatto in tutti questi anni. Nel grandioso ed inutile anfiteatro interno vengono organizzate le convention politiche, come le primarie che hanno incoronato Agazio. Quello è stato, infatti, il momento risolutivo, poiché le elezioni erano a quel punto scontate. Nessuna targa è stata ancora posta per ricordare l'evento, ma si può essere certi che un giorno diventerà un luogo di pellegrinaggio per ricostruire il percorso di degrado della nostra regione. Nell'area dovrebbe sorgere il Centro Protesi dell'INAIL, una storia complicata ed infinita. Nel 2006 sono stati appaltati i lavori per un importo quattro milioni e settecentomila euro, da completare entro un anno. E si aspetta ancora … La vicenda non può essere risolversi in una fugace citazione, merita un approfondimento per la prossima settimana.
Nel labirinto della zona industriale c'è bisogno di uno sherpa per aiutarsi nell'alto caos. Piero Maida è un lametino doc, innamorato della sua città, potremmo definirlo un lam-alcoholic, e si presta volentieri a questo tour-de-force, nonostante l'ora tarda che fa brontolare lo stomaco e provocherà qualche malumore alla mamma che lo aspetta con il piatto di spaghetti fumante sulla tavola.
Arriviamo quasi a Pizzo prima di svoltare a destra verso il mare. Descrivere lo scempio perpetrato in danno di un territorio è difficile: ettari ed ettari di terreno sottratti all'agricoltura, un terreno qui particolarmente fertile e rigoglioso, sodomizzato, stravolto, snaturato.
Eccolo il mostro. Appare all'improvviso nella radura di macchia mediterranea che un giorno doveva essere rigogliosa. Oggi soffre per la folle decisione di creare nel nulla un distretto industriale che si è riempito di capannoni industriali, molti dei quali vuoti, altri ciclopici per attività lillipuziane, una folle politica “land consuming” con uno scarsissimo impatto di sviluppo.
Resta ancora qualche squarcio di pineta, dietro una di queste s'intravede la ciminiera del mastodontico complesso chimico della Sir. Qualche centinaio di metri lo separano dal pontile. Fino a poco tempo fa un intricato gomitolo di tubi collegava le due strutture. Ora sono state smantellate chissà per quale ragione. Dopo tanto tempo il loro valore commerciale doveva essere pressoché nullo per cui non era certo la convenienza economica a far decidere per la rimozione di quel manufatto obsoleto. Forse vi era qualche problema d'inquinamento ambientale, come sarebbe quasi logico aspettarsi in questa terra utilizzata come immensa discarica di rifiuti tossici.
Ma a cosa doveva servire questo mostro? Il piano per la creazione del polo chimico meridionale, prevedeva un grosso stabilimento ad Augusta per la produzione di un milione di tonnellate annue di normalparaffine, che avrebbero dovuto subire una successiva lavorazione a Saline e Lamezia per ottenere componenti chimici per la detergenza e produrre bioproteine ed acido citrico. Il pontile era lì pronto a ingurgitare la normalparaffina per deglutirlo nei silos dello stabilimento. E' rimasta una fame insaziabile perché non ha mai potuto assaporare il succulento pasto per cui era stato costruito. Mentre a Saline Ioniche si ebbe per qualche mese una produzione sperimentale per piccole quantità, lo stabilimento di Lamezia non ha mai prodotto nulla. L'Istituto Superiore della Sanità vietò la messa in produzione subito dopo l'ultimazione degli impianti, per gli effetti cancerogeni che le bioproteine avrebbero potuto avere se utilizzate, come previsto, nel ciclo alimentare.
Sta ancora là con la sua arroganza, tremendamente volgare con la sua bocca oscenamente spalancata sul mare. “Può un oggetto - seppure di proporzioni smodate, visibili anche a distanza di chilometri - passare inosservato per decenni?” Si chiedono quasi increduli Carlei e Misuraca.
Tramontato il sogno di uno sviluppo senza “spartenza”, che evitasse la lacerazione dell'addio, resta il problema del recupero di queste opere che deturpano l'ambiente e costituiscono una testimonianza vivente della stupidità umana. “Sintomo e simbolo tangibili della tracotanza politica, del malgoverno, delle illusioni costruite sulle spalle della povera gente comune, della grossolanità morale di una classe politica, a tutti i livelli, che proprio nel solco della dimenticanza ha posto le basi per l'autoconservazione”.
Nel libro citato vi sono svariate ipotesi di recupero, alcune provocatorie, altre fantasiose, altre possibili. Quello che manca è la voce della politica, la volontà di voler rimediare ad uno scempio. Tutta l'area ex-Sir entra nei programmi politici degli ultimi decenni, senza che nessuno abbia mai seriamente tentato un effettivo recupero testimone della “maniera arrogante” delle messe infauste di politicanti e saltimbanchi di mestiere che occupano la res pubblica.
“È possibile trarre dalla vecchia struttura qualcosa di buono, positivo. Si può creare uno spazio nuovo, portatore di nuovi valori ed emozioni. Un luogo capace di innestare un principio di sviluppo virtuoso, che si lega al paesaggio non più come semplice contrapposizione ad esso, ma come simbiosi ed integrazione reciproca”, sostengono gli autori.
Non potrebbe essere l'incipit di un programma politico per le prossime amministrative della città?
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Ultimo aggiornamento del 11/28/2008 17:23:22