|
Rende, 10 novembre 2009
Paese inquieto. Marzi: una comunità insofferente allo stato di diritto di Luigi Costanzo, Editore Orizzonti Meridionali, Cosenza 2009, pagg. 302
Luigi Costanzo, fedele al proprio nome, ha pazientemente raccolto in un volume pubblicato di recente, una importante documentazione sul suo comune di nascita. “Un paese inquieto”, edito da Orizzonti Meridionali è una rievocazione storica per quadri di Marzi, un paese “which lies over a very montainous disctrict” come scrive Arthur John Strutt nel 1842. Questo carattere di “insularità”, per le asperità morfologiche del territorio, unito alle condizioni di estrema miseria in cui versano tutti i calabresi di dei paesi interni della Calabria, ha forgiato il loro carattere, rendendoli cupi, irascibili, determinati a difendere da soli il proprio onore ed il proprio interesse. Fin da 200 a.C. è stata la via Popilia, l'arteria che ha consentito al Savuto di affacciarsi sul mondo, e la sua lenta e inesorabile decadenza lo ha condannato a un isolamento interrotto solo con la costruzione dell'Autostrada del Sole che segue il tracciato dell'antica via consolare romana.
Il libro prova a ripercorrere la storia di Marzi, uno dei tanti piccoli villaggi che popolano la regione, utilizzando la tecnica del film ad episodi. O meglio popolavano, perché vanno incontro ad un lento ed inesorabile declino, poiché si cerca in tutti i modi di concentrare tutti nelle aree urbane. Grande idea, ma il rovescio della medaglia, che nessuno vuol vedere, è lo spopolamento dei tanti Marzi sparsi in tutta la regione con la loro sedimentazione di microstoria, le testimonianze architettoniche. Tanti piccoli villaggi, ma ciascuno di essi dotato di una “personalità” propria, di una peculiarità che lo rende unico. Quasi tutti abbarbicati alle pendici o posti sulla cima di una montagna in luoghi di difficile accesso. Per secoli hanno conservato gelosamente tradizioni, usi, costumi ed una istintiva diffidenza nei confronti degli estranei associata ad una morbosa curiosità di spiare i pochi stranieri che vi capitano. Questo matrimonio tra l'uomo e le asperità del suo habitat è stata una costante nella storia della regione a partire dai lontani enotri, ed ha lasciato una traccia evidente nel carattere. A questo si deve aggiungere la cupa miseria, che ha incupito i volti e lasciato profonde ferite nell'animo, producendo quella patina di tristezza e di burbera durezza dei tratti che ha colpito la fantasia dei viaggiatori che si sono avventurati nel loro territorio. La gran parte rischiano il completo abbandono poiché sono venuti meno le ragioni storiche del loro insediamento e non si è riusciti a trovare un modello economico in grado di assicurare la sopravvivenza. Né il turismo né l'industria, né i servizi sono riusciti a creare un sistema in grado di garantire l'occupazione.
Il tracciato autostradale voluto dal vecchio patriarca Giacomo Mancini, ha salvato, e solo in parte, i paesi situati nei pressi delle uscite, ma non è riuscita a frenare l'inesorabile declino degli altri come Scigliano o Carpanzano.
“Nel primo villaggio in cui siamo arrivati, nel mercato, abbiamo trovato una folla di villani … tutti in mantello, tutti vestiti di nero: che è l'abito normale in questi parti inverno ed estate, con i loro fucili nascosti, o forse un'accetta, che sanno lanciare con grande abilità, sfilandola dalla larga cintura di cuoio”, racconta Strutt nel suo diario di viaggio. Sembrano tutti feroci briganti, marziani più che marzesi, ma non torcono un capello a nessuno della compagnia, nonostante la presenza del loro amico lionese che portava con sé un tesoretto di filati di seta dal valore di migliaia di ducati. Il loro aspetto era più segnato dalla sofferenza e dalla fatica che dalla ferocia, dalla dura lotta con la montagna per trarne una manciata di grano o qualche sacco di foglie di gelso dalle sue viscere che dalla rapacità.
La montagna è madre, perché li ha difesi dalla malaria e dalle incursioni saracene nel corso dei secoli, ma anche matrigna perché è avara di risorse, e questo si riflette nell'aspetto, nell'abbigliamento ed anche nel carattere chiuso di un futuro senza speranza.
Giuseppe Maria Alfano nella sua Istorica descrizione del Regno di Napoli del 1798 descrive Marsi come casale d'aria ottima della Diocesi di Cosenza, Regia Demaniale, con una popolazione di 1332 anime. Il dato appare molto attendibile se lo confrontiamo con il risultato del primo censimento subito dopo l'unità, nel 1861, allorquando il comune denunciava 1550 abitanti. L'andamento demografico segue le alterne vicende della storia post-unitaria, con uno sviluppo altalenante a causa dell'emigrazione, com'è il comune destino di tutti i comuni interni della Calabria.
Il libro si dipana come un gomitolo dai molti capi, un insieme di storie diverse che si annodano in un intricato volgersi di trame. Storie tragiche come la povera infelice uccisa dai fratelli per un amore peccaminoso, i briganti che si aggirano tra i boschi terrorizzando con la loro presenza i poveri contadini, considerato manutengoli dai piemontesi e colpiti senza pietà. Più che una storia di questo tormentato paese, siamo di fronte ad un insieme di storie, come se ne ritrovano di simili nei numerosi in tanti altri paesi. La certosina ricerca documentale restituisce il sapore genuino delle contese, delle rivalità tra i Don Camillo e i don Peppone che popolano la nostra provincia. Dietro l'aspetto truce si nasconde una umanità sofferente, cui la pesantezza del destino ha tolto la spontaneità del vivere, ma dietro la scorza si nascondono animi nobili, spirito di sacrificio e desiderio di evasione che si manifesta nelle sfrenate tarantelle che accompagnano le feste paesane, rallegrano le cerimonie di nozze.
A Marzi, come le poche altre città appartenenti al regio demanio, fu risparmiato il cupo regime dei baroni, i soprusi della feudalità più ottusa e feroce che condannava i contadini alla condizione più miserabile. Questo però non gli ha consentito di raggiungere una condizione di prosperità.
Oggi come non mai appare indispensabile difendere queste piccole comunità ricche di storia e di testimonianze artistiche ed architettoniche. Debbono essere raccontate e ricordate ai giovani che vivono nella realtà virtuale dei social network della rete, per spingerli a riscoprire il grande patrimonio di valori che si nasconde tra i vicoli sempre più vuoti dei nostri antichi centri urbani.
You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the the qui included at my home page, citing the author's name and that the text is taken from the site http://www.oresteparise.it/. Il copyright degli articoli è libero. Chiunque può riprodurli secondo le @ondizioni elencate nella home page, citando il nome dell'autore e mettendo in evidenza che il testo riprodotto è tratto da http://www.oresteparise.it/.
Ultimo aggiornamento del 11/28/2008 17:23:22