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Ma il cielo è sempre più bigio

di Oreste Parise (Mezzoeuro Anno VIII num. 48 del 28/11/2009)


Rende, 27 novembre 2009


La Banca d'Italia di Catanzaro ha rilasciato l'analisi congiunturale del primo semestre dell'anno. Tanti, troppi segnali negativi mostrano che la crisi sarà ancora lunga e le imprese non trovano sufficiente risorse per gli investimenti necessari a ristrutturarsi in attesa della ripresa. Solo le famiglie hanno un po' di fiducia …

La Banca d'Italia di Catanzaro ha pubblicato il rapporto semestrale “L'economia della Calabria nel primo semestre del 2009”, un prezioso documento per conoscere tempestivamente l'andamento congiunturale della regione.

L'incipit è tutt'altro che rassicurante: “Nella prima parte del 2009, gli indicatori congiunturali dell'economia calabrese sono ulteriormente peggiorati rispetto alla fine dell'anno precedente”. Questo il lapidario giudizio di un altro semestre in sofferenza.

Le notizie che giungono dalle principali economie internazionali sono tutt'altro che confortanti. La ripresa produttiva potrebbe non essere accompagnata dalla creazione di una proporzionale numero di posti di lavoro, poiché le grandi imprese hanno effettuato notevoli investimenti per migliorare la produttività e l'efficienza, riducendo il numero degli occupati. Secondo le previsioni della Word il tasso di disoccupazione in Italia, nel 2009 si attesterà al 7,6% dal 6,8% dello scorso anno. Nel 2010 raggiungerà l'8,5% e nell'anno successivo l'8,7%. Le buone prospettive di ripresa economica che cominciano a manifestarsi, non si tradurranno in un aumento dell'occupazione. Vi sono poche speranze, quindi, che un aiuto concreto possa arrivare dall'esterno. L'uscita dal tunnel è affidata alla capacità degli stessi calabresi.

Pochi i segnali positivi.

In primo luogo l'economia pubblica, che costituisce ancora il nerbo dell'economia regionale. I dati del CRESME indicano che è in sensibile aumento il valore dei bandi pubblicati nei primi sei mesi del 2009 (519 milioni di euro, +68,2 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008), a conferma del carattere dipendente dell'economia calabrese.

Il secondo segnale positivo è l'indice che misura la fiducia delle famiglie, cresciuto sensibilmente tra giugno e settembre, tanto da far intravedere una possibile ripresa dei consumi in questa seconda metà dell'anno. La lunga crisi ha prodotto una profonda modificazione nel comportamento con una accentuazione della propensione marginale al risparmio. Di fronte alle difficoltà ed alle incertezze, le famiglie hanno assunto un atteggiamento molto selettivo, riducendo i consumi più voluttuari, ad eccezione dei prodotti dell'elettronica e delle telefonia, hanno diminuito gli acquisti rateali ed aumentato i loro risparmi.

Un dato apparentemente incongruo è la diminuzione delle vendite della grande distribuzione, che dovrebbero fungere da calmiere dei prezzi. La riduzione delle vendite nei supermercati e negli ipermercati interessa solo i generi alimentari e quelli per la cura della casa e della persona, non certo per una riduzione dei consumi, trattandosi di beni a domanda rigida, ma per un diverso orientamento da parte dei consumatori. L'atteggiamento prudente si traduce anche nella ricerca di un rapporto più familiare anche per la possibilità di poter ottenere il piccolo credito di sopravvivenza. Si nota un maggior ricorso ai piccoli negozi di vicinato, i mercatini rionali, l'acquisto diretto presso i produttori agricoli. Si potrebbe pensare che alle rateizzazioni voluttuarie si è sostituito la vecchia “libretta”, il conto corrente dei poveri. Questo mutamento nelle preferenze dei consumatori non è riuscito tuttavia a frenare la tendenza alla riduzione del numero delle piccole imprese attive nel settore del commercio al dettaglio che ha continuato a ridursi.

Un effetto della crisi è anche la sensibile diminuzione delle importazioni complessive, ad accezione di quelle provenienti dalla Cina, che è divenuto il primo paese di provenienza dell'import regionale. I prodotti cinesi sono diventati un'ancora di salvataggio per le famiglie con un reddito ai limiti della sopravvivenza, poiché per la maggior parte si tratta di merci a prezzo molto basso rispetto alle condizioni di mercato.

La situazione occupazionale della Calabria presenta un maggior grado di libertà rispetto alla produzione industriale, poiché il sistema imprenditoriale è molto debole e offre un modesto sollievo occupazionale. In una economia debole, i cicli produttivi presentano un'onda molto più lunga, la crisi si manifesta con ritardo rispetto al dato nazionale, ma si trascina per un periodo maggiore.

Nel primo semestre l'occupazione è diminuita di circa 7 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2008 (-1,2 per cento), in linea con il dato nazionale, ed ha riguardato in maniera simile sia la componente maschile sia quella femminile. Si è consolidata la tendenza a cancellarsi dalle liste di collocamento o per andare a cercare fortuna altrove, o per la definitiva rinuncia a trovare un lavoro, soprattutto da parte di giovani e di donne. Il numero dei disoccupati non esplode, ma la situazione è molto più drammatica di quanto non emerga dalle evidenze statistiche.

Secondo lo studio della Banca di Italia, la Calabria è ancora nel pieno della crisi, e non manifesta quel segno di ripresa che si è verificato in Italia nel terzo trimestre.

Il già esile settore manifatturiero manifesta una difficoltà che si traduce nella diminuzione della produzione e, cosa ancora più grave, degli ordini. La luce in fondo al tunnel è una flebile candela soggetta agli impetuosi venti di una tempesta in via di esaurimento ma ancora forte. La crisi ha spazzato via molte imprese. Questo potrebbe essere considerato un momento di selezione darwiniana: sono sopravvissute le imprese migliori, che presentano una più solida cultura industriale ed una vocazione di mercato.

Il quadro poco roseo è completato da una redditività i calo e da un volume di investimenti che si è ridotto ulteriormente rispetto a quello già molto basso dell'anno precedente. Questo costituisce l'ostacolo principale per un rafforzamento produttivo e commerciale delle aziende, che rischiano di ritrovarsi impreparate all'appuntamento con la ripresa.

Solo poco più di un mese fa, l'Istituto Demoskopika segnalava una aspettativa favorevole degli imprenditori cosentini che lasciava presagire una inversione del ciclo, con il timido avvio di una fase di espansione congiunturale. Il rapporto della Banca d'Italia smorza gli entusiasmi: “su un campione regionale di imprese con almeno 20 addetti, il 34 per cento delle stesse prevede una produzione in ulteriore calo nel quarto trimestre contro il 20 per cento che si aspetta un aumento”; le scorte si mantengono su livelli “normali”, e il grado di sfruttamento degli impianti sui valori minimi degli ultimi sedici anni. E' evidente che l'aspettativa di un aumento degli ordini produce una lievitazione delle scorte poiché le imprese si preparano a fronteggiare il prevedibile incremento della domanda. Ciò non si è ancora manifestato in Calabria e questo lascia presagire un altro inverno a domanda algida.

Il numero delle imprese continua a scendere inesorabilmente, tendenza manifestatasi a partire dal 2005, poiché è venuto meno l'effetto “incentivi”. Il tasso di natalità delle imprese ha avuto una drastica decurtazione, non certo a causa della minore voglia di impresa, né della scarsa propensione al rischio. Semplicemente è diminuito in maniera molto significativo il numero delle imprese costituite con l'unico scopo di partecipare ai vari bandi agevolativi. A questo bisogna certamente aggiungere la maggiore difficoltà di avviare un'attività a rischio in una prospettiva non favorevole, tanto che un vistoso segno negativo (-7,3 per cento) caratterizza anche la sfera del lavoro autonomo.

La compressione della propensione al rischio riflette anche la difficoltà di avvio del nuovo pacchetto di agevolazioni dell'Unione Europea. Il nuovo Por approvato e lodato in sede comunitaria, non è ancora partito. L'impostazione complessiva del documento di programmazione è quella vecchia che ha dato pessima prova di sé. Si è confermata la farraginosità delle procedure, la pluralità dei percorsi, la molteplicità degli obiettivi che hanno consentito una gestione clientelare degli interventi in assenza di una qualsiasi indicazione di pianificazione. Si sono accumulati già grandi ritardi, con la conseguenza che si è sprecata l'occasione di utilizzare quei fondi in funzione anticiclica, con un'accelerazione delle procedure di spesa.

Il settore in maggiore sofferenza è quello delle costruzioni, che ha fatto registrare un calo del 18,2% rispetto all'anno precedente; e le prospettive non si presentano affatto favorevoli, sebbene il rapporto segnala sintomi di stabilizzazione. La dinamica dei prezzi delle costruzioni indica una stanchezza della domanda, che trova un ostacolo nell'atteggiamento prudente delle banche a concedere mutui alle famiglie. Nonostante la riduzione dei tassi sui mutui, le nuove erogazioni destinate all'acquisto di abitazioni a giugno di quest'anno sono diminuite di quasi un terzo rispetto alle stesso periodo dell'anno precedente.

Il secondo settore ancora nel pieno della crisi è il turismo che ha visto un vistoso calo delle presenze nell'estate appena trascorsa (-3,5). Il leggero aumento del numero degli stranieri costituisce una consolazione molto parziale, considerato che il rappresentano una percentuale ancora irrisoria del totale. Vi sono molte preoccupazioni sulla prossima stagione estiva, per la persistente incapacità di risolvere l'annoso problema della depurazione delle acque, che presenta il massimo grado di criticità proprio nel momento del maggior afflusso turistico. Inoltre, la grande risonanza registrata dai media mondiali del problema delle navi dei veleni e alla possibile presenza di rifiuti tossici, pone molti interrogativi sulla balneabilità delle acque. In assenza di una decisa azione di accertamento della verità, di eventuale recupero dei relitti e di una adeguata operazione di marketing territoriale, questo intero settore dell'economia calabrese potrebbe subire dei danni irreversibili nel medio periodo.

Il dato che dovrebbe maggiormente attirare l'attenzione degli organi regionali è la sensibile contrazione dell'attività di trasbordo del porto di Gioia Tauro. “Nei primi nove mesi del 2009, la movimentazione di container è stata pari a circa 2,2 milioni di TEU (Trento Feet Equivalent Unit), con una riduzione del 18,2 per cento rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente”. Il porto di Gioia Tauro costituisce una delle poche opportunità di sviluppo, attorno al quale sono previsti importanti investimenti che tardano a concretizzarsi.

Nessun commento da parte dell'esecutivo regionale per la sua esclusione tra le zone franche urbane. In Calabria sono state approvate Crotone, Rossano e Lamezia Terme. Il riparto dei 50 milioni di euro in incentivi e agevolazioni fiscali-previdenziali tra le 22 zone approvate a livello nazionale sono destinati soprattutto alle piccole e micro imprese costituite entro il 2009. La brevità del tempo concesso per raccogliere le idee, non milita certo a favore di una razionalità degli interventi e la esclusione di Gioia Tauro costitusce un errore imperdonabile, poiché potevano costituire una importante leva per sostenerne lo sviluppo.

Gioia Tauro ed il suo porto avrebbe dovuto costituire una priorità nazionale, mentre la sua esclusione è stata accolta con indifferenza se non addirittura con una compiaciuta soddisfazione in una visione di contrapposizione campanilistica. La sua lenta agonia è causata dalla mancanza di una visione strategica che dovrebbe tendere ad eliminare le carenze infrastrutturali, per una valorizzazione del transhipment con la creazione di un interporto in grado di far proseguire i container su gomma, ferrovia o sottoporre le merci a una prima manipolazione.

“Il Mezzogiorno presenta «scarti allarmanti» rispetto al centro-nord nei servizi essenziali quali istruzione, giustizia civile, assistenza sociale, trasporti e Sanità”, ha dichiarato il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, aprendo un convegno sul Mezzogiorno.

Ha dimenticato di far riferimento al credito, che presenta la stessa dicotomia di comportamento, tanto in relazione alle condizioni che alle concessioni.

Il cavallo non beve e il cavaliere gli rifiuta l'acqua. Secondo il rapporto vi è un atteggiamento prudente da parte delle imprese che sono restie ad ampliare la loro posizione debitoria in una condizione di incertezza, cui fa riscontro una rigidità ancor maggiore da parte delle banche che applicano in maniera molto rigida i parametri imposti da Basilea-2. Il volume dei prestiti alle imprese è diminuito del 3,5% nel semestre in termini di volume, con una diminuzione reale ancora maggiore per effetto della capitalizzazione degli interessi e la componente inflazionistica, seppure contenuta.

La crisi ha avuto i suoi effetti sui bilanci e la redditività delle azienda ed ha acuito la rischiosità dei crediti, con un notevole incremento delle cartolarizzazioni delle sofferenze.

La restrizione creditizia ha provocato un aggravio delle condizioni di liquidità delle imprese e un rilevante aumento dell'attività degli operatori finanziari atipici, come viene segnalato dai numerosi casi di usura che vengono alla luce.

I tassi applicati seppur in diminuzione per effetto della politica attuata dalla Banca Centrale Europea, si mantengono tuttavia circa due punti in più della media nazionale, in considerazione della maggiore rischiosità delle imprese.

Più che il livello delle condizioni applicate sui crediti concessi è la maggiore richiesta di garanzie a costituire l'handicap principale che ostacola il rapporto banca-impresa.

Se il divario di condizioni applicate alle imprese può trovare giustificazione nella maggiore rischiosità, meno giustificabile appare la condotta delle banche nei confronti delle famiglie calabresi che hanno un trattamento più onerose mentre la rischiosità non presenta sostanziali differenze rispetto alle altre aree del paese.

Roberta B. Zoellick, Presidente della World Bank ricordava recentemente una massima di John Maynard Keynes: “Siamo entrati in un circolo vizioso, non facciamo nulla perché non abbiamo denaro; ma è precisamente per il fatto che non facciamo nulla che non abbiamo denaro.”

La situazione calabrese assomiglia molto all'ipotetico paese descritto da Keynes.

La gravità della crisi della regione risiede nell'incapacità di predisporre un adeguato piano di intervento che metta in moto le sue energie più vitali.


C O P Y R I G H T

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Ultimo aggiornamento del 11/28/2008 17:23:22