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Rende, 18 dicembre 2009
Il fiore all'occhiello dell'illuminismo socialista ridotta al lumicino. Si consuma un sogno, l'utopia di creare anche in Calabria società miste efficienti. Sono state travolte ad una ad una da una politica miope e clientelare e da gestioni irresponsabili. Ora non resta che creare il futuro, ma nessuno sembra avere la creta da plasmare ed il modello da realizzare.
La sede della ValleCrati spa è quasi sempre desolatamente vuota in questo ultimo scorcio di autunno. Hanno buttato la spugna tutti. Gli amministratori hanno rassegnato le dimissioni e si sono rassegnati di fronte all'impossibilità di predisporre un piano credibile di rilancio per riportare la società nei binari della normalità. La politica si è defilata, rinchiusa su sé stessa nella ricerca di soluzioni idonee per il proprio campanile alla ricerca della perduta “quadra”, secondo il pittoresco argot leghista. I sindacati salmodiano monodicamente la litania della conservazione del posto di lavoro, in un'azienda dove ormai non lavora più nessuno, perché nessuno sa cosa fare. Hanno una visione unicamente politica della situazione, senza alcuna considerazione per le sorti dell'azienda. Tra tanto agitarsi non hanno mai richiesto un piano industriale per renderla produttiva.
Solo il gruppo del depuratore continua imperterrito a lavorare a dispetto dell'incertezza e della confusione che regna sovrana. Non si opera più alcuna distinzione tra la politica occupazionale legata alla creazione di imprese sane e la politica sociale ed assistenziale, che deve mirare ad alleviare il disagio, a dare sostegno ad una disoccupazione devastante. I lavoratori sono in uno stato di agitazione permanente e minacciano persino di disturbare la grande kermesse di fine anno i Piazza dei Bruzi.
L'Enel ha tagliato la corrente per cui si lavora a lume di candela, in un'atmosfera crepuscolare, che il cielo ricoperto da dense nubi rende ancora più grigia. Qualche volenteroso amanuense si affretta nelle ore mattutine per approfittare della pallida luce chiedendo soccorso al contiguo Consorzio per far funzionare qualche computer con un filo volante. Si procede alla giornata in attesa di un miracolo.
Giovedì scorso doveva essere l'ennesima giornata cruciale. Il Tribunale di Cosenza era chiamato a decidere sulla richiesta di fallimento avanzata dalla Procura della Repubblica, a causa dell'elevato ammontare dei debiti verso lo Stato per imposte non pagate e verso l'Inps per contributi non versati.
Il giudice si è trovato di fronte ad uno scenario completamente nuovo. La società è stata posta in liquidazione e al dott. Aldo Rizzuti, commercialista, è stato affidato l'incarico di sciogliere tutti i nodi della società e pervenire alla ripartizione dei beni patrimoniali costituiti in gran parte da crediti nei confronti degli enti pubblici, dei comuni facente parte del Consorzio e del Commissario ai rifiuti.
La tesi sostenuta dal commissario liquidatore, assistito nella circostanza dall'avv. Vincenzo Maradei è che la società non si trova in stato di insolvenza, ma ha una grave e persistente crisi di liquidità, per cui non sarebbe necessario decretarne il fallimento, ma gestire la transizione con il concordato preventivo.
Il Tribunale ha rinviato ogni decisione al prossimo 21 gennaio, affidando al professionista l'incarico di verificare lo stato dell'attivo, ricomporre la massa debitoria e proporre un piano di riparto che abbia il consenso dei creditori.
I valori di libro lascerebbero intendere che vi sono ampi margini per una proficua proposta. La realtà è tuttavia ben diversa. Intanto, il bilancio scorso si è chiuso con una perdita che non è mai stata coperta; il parco macchine è vecchio ed obsoleto tale da ridurre il loro valore a cifre poco superiori allo zero.
La precarietà in cui ha operato in questo ultimo anno e mezzo ha provocato una vasto contenzioso con i comuni che contestano la qualità e quantità dei servizi resi e richiedono un ricalcolo delle somme fatturate. Occorre quindi decurtare i crediti di almeno un terzo.
A questo bisogna aggiungere l'ammontare dei crediti privilegiati, nei confronti del fisco, degli enti previdenziali e di lavoro dipendente che assorbono quasi completamente la massa creditoria, lasciando all'asciutto le ditte private fornitrici dei servizi e gli altri fornitori.
Soprattutto i crediti verso lo stato e gli enti previdenziali sono all'origine della crisi gestionale poiché si sono moltiplicati per effetto delle sanzioni e degli interessi sui pagamenti arretrati. I vecchi amministratori sono stati condannati a due mesi di reclusione per il mancato pagamento delle imposte. “Non avevamo altra scelta”, sostiene Giuseppe Nicoletti, uno dei componenti di quel consiglio di amministrazione, “la priorità è stata sempre il pagamento di stipendi e salari”.
La loro quantificazione nel settembre del 2008, per una verifica contabile decisa dalla governance dell'epoca, il duo Maraniello-Ciavarella, ha portato all'emersione della consistente perdita di 3,8 milioni di euro che ha portato all'implosione della società.
A quanto ammonteranno i crediti esigibili che possono essere destinati ai creditori chirografari? Questo è la risposta che Aldo Rizzuti deve dare al giudice il mese prossimo. Il trascorrere del tempo aggrava la situazione della società poiché, in assenza di una decisione, il personale continua a maturare competenze mentre i ricavi che si generano sono unicamente quelli della depurazione delle acque.
L'operazione di stabilizzazione dei precari voluta dal vecchio consiglio è molto controversa. Si era di fronte a diritti acquisiti, o considerati tali poiché vi erano state ripetute promesse politiche che provocavano turbolenze del personale. L'accordo con i sindacati prevedeva una decurtazione del salario di circa il 30% e il beneficio della moratoria dei contributi per un triennio con un sostanziale risparmio per la società. Il costo che si è pagato è la “statalizzazione” del comportamento dei nuovi assunti, con una crescita delle assenze, una maggiore rigidità per il pedissequo rispetto dei diritti.
Nell'azione di recupero dei propri crediti, tuttavia, la società incontra un ostacolo quasi insormontabile nei pignoramenti che impediscono ai comuni virtuosi e volenterosi di pagare, poiché le somme sono rese indisponibili dai pignoramenti dei creditori.
Per ricorrere ad una metafora, la società viaggia come un aereo cui viene impedito l'atterraggio e costretta ad allungare il volo con il rischio di trovarsi senza carburante.
Forse si potrebbe sostenere che tecnicamente la società non è in stato d'insolvenza, ma certamente è nell'impossibilità di far fronte ai propri impegni. Comunque sia, fatti i debiti conti, resta ben poco per soddisfare le pretese dei crediti non privilegiati. Forse sarebbe stato meglio se qualcuno avesse deciso in tempo di fare un passo indietro. Ora il suo destino sembra segnato.
I problemi restano però tutti sul tappeto: il destino dei lavoratori, la gestione dei rifiuti, la creazione dell'Ato. La vera sfida è come disegnare un percorso per arrivare al nuovo sistema.
La ValleCrati ha funzionato bene nei primi anni, poi è intervenuta la politica
L’esperienza della Valle Crati è stata fallimentare. Crede che questo sia dovuto a fattori specifici della società o all’impossibilità di una collaborazione tra il pubblico e il privato?
Non tutta l’esperienza della Valle Crati è stata fallimentare. I primi anni sono stati anni di impegno e passione che hanno determinato una forte crescita delle attività. L’azienda nasceva per sviluppare la raccolta differenziata nei Comuni del bacino Valle Crati, 43 in tutto, e in questa direzione, nei primi anni sono stati fatti molti passi avanti con una percentuale di raccolta differenziata che dal 3% del 2000 è passata al 16% nel 2001, al 18% nel 2002 fino a raggiungere il picco massimo del 22,5% nel 2006 con eccellenze in alcuni Comuni, Piane Crati e San Fili in particolare, del 70 – 75%.
Successivamente si sono innescate situazioni di criticità che hanno portato allo svilimento delle attività e l’azienda, appesantita da problemi finanziari e ingessata da un costo del lavoro esorbitante (oltre 12 milioni di euro all’anno), non è più riuscita a perseguire le finalità per cui era stata costruita.
Dopo i primissimi anni nei quali la parte pubblica ha supportato il progetto di sviluppo delle attività aziendali, negli anni a seguire, quando bisognava passare a una fase più incisiva di sviluppo supportando la realizzazione di un sistema di impianti consortile, è stato proprio il contributo decisivo della parte pubblica che è venuto a mancare.
I 43 Sindaci non hanno capito che bisognava fare in moda da affrancarsi dall’avulso sistema di gestione commissariale. Il Consorzio dei Comuni era una occasione unica per perseguire la realizzazione di un sistema impiantistico a servizio consortile e avere la capacità politica di indirizzarne l’utilizzazione senza sottostare alle logiche regionali. Del resto tutto era ampiamente giustificato dalla assoluta mancanza di iniziative regionali che, per quel che riguarda gli impianti, hanno penalizzato e continuano a penalizzare fortemente il territorio in cui si è trovata ad operare la Valle Crati SpA.
Una delle cause che hanno portato alla attuale situazione sembra essere la particolare condizione dei soci privati, i quali con un minimo investimento si sono assicurati contratti renumerativi senza alcuna gara di appalto. Per lungo tempo, inoltre, i privati hanno avuto in mano la responsabilità della gestione al riparo dal rischio d’impresa. Lei, in particolare, è stato amministratore della società per lungo tempo.
Bisogna innanzitutto sfatare che i soci privati si siano accaparrati contratti di fornitura senza gara. La parte privata della società viene selezionata con una gara europea ad evidenza pubblica che prevedeva la scelta di un socio privato che oltre ad apportare la sua quota di capitale, fosse innanzitutto un patner industriale. In questa ottica deve essere letta la partecipazione delle aziende private al sistema consortile. Prenda il caso della Calabra Maceri: la nostra azienda diviene il patner industriale del sistema perche è proprietaria e gestisce l’impianto che valorizza i rifiuti da raccolta differenziata destinati a recupero. Il prezzo stesso con il quale opera la Calabra Maceri le attività di valorizzazione dei rifiuti viene indicato nella gara per la costituzione della SpA Valle Crati.
Del resto la procedura seguita dal Consorzio Valle Crati nel 2000 per la costituzione della società mista è stata così precisa e rigorosa che, rispetto alla evoluzione legislativa della gestione dei servizi pubblici, il modello Valle Crati sarebbe assolutamente legittimato a continuare la gestione dei servizi pubblici ambientali nei 43 Comuni che compongono il Consorzio Valle Crati.
Per quel che riguarda poi l’apporto di capitale dei privati, non credo che qualche milione di euro, apportato nei nove anni, sia una cifra trascurabile.
Per quanto riguarda la gestione, mi faccia dire che è stata certamente una gestione condivisa da un Consiglio di Amministrazione in cui la parte pubblica aveva la maggioranza. E’ per statuto che l’A.D. tocca alla parte privata così come il Presidente tocca alla parte pubblica e comunque, tutte le decisioni che hanno caratterizzato la gestione sono state assunte dal Consiglio di Amministrazione.
Io sono stato il primo A.D. dell’azienda, dall’inizio delle attività, nel maggio del 2000 fino a maggio del 2004.
Mi lasci dire che sono stati gli anni migliori della Valla Crati SpA – Del resto lo dimostrano i bilanci chiusi in quegli anni:
Il primo bilancio significativo è quello riferito al 2001 che chiude con un fatturato di circa 8 milioni di euro ed un utile operativo, ante imposte, di circa 480 mila euro. In quell’anno la forza lavoro conta 45 dipendenti;
Il 2002 si chiude con un fatturato in forte crescita, di circa 16 milioni di euro ed un utile operativo, ante imposte, di circa 960 mila euro. In quell’anno la forza lavoro passa a 198 dipendenti;
Il 2003 si chiude con un fatturato che cresce ancora a circa 17 milioni di euro ed un utile operativo, ante imposte, di circa 400 mila euro con una forza lavoro che resta a 198 dipendenti.
Sono gli anni in cui si realizzano gli investimenti necessari allo sviluppo della raccolta differenziata e si acquista la sede legale.
L’inizio della crisi terminale è la richiesta dei soci privati di un pagamento immediato e integrale dei propri crediti. Non crede che un atteggiamento più morbido avrebbe potuto evitare la messa in liquidazione della società?
Non è certo così che va raccontata la storia. Alcuni soci privati, al pari di tanti altri fornitori a cui veniva negato il pagamento di servizi resi e dopo aver pazientano mesi e mesi rispetto a promesse che non venivano mantenute da un management sordo a qualsiasi legittima sollecitazione, sono stati costretti a perseguire la via giudiziale per far valere i propri, legittimi, diritti.
Per quel che ci riguarda, verificato con il nuovo management che si insediava a Valle Crati nel marzo di quest’anno, la possibilità che una transazione sui crediti avrebbe potuto contribuire all’avvio di un risanamento dell’azienda, siamo stati i primi ad aderire rinunciando ad una parte cospicua dei ns. crediti.
Mi lasci dire che i motivi per cui l’azienda va in liquidazione sono altri. Primo tra tutti l’incapacità della parte pubblica a capire che un’azienda di servizi per operare ha bisogno di riscuotere puntualmente i propri crediti. La proposta avanzata dal dott. Giglio di chiedere che venissero corrisposte le rimesse correnti e venisse presentato un piano di rientro lungo per i vecchi crediti è stata lasciata cadere e si è continuato a non pagare con la necessaria puntualità.
Il liquidatore sembra che sia un uomo di vostra fiducia che si propone di sottoporre un concordato con i creditori, i quali dovranno rinunciare ad una cospicua parte dei propri crediti. Non sarebbe stato logico accettare le proposte avanzate dal Consiglio di Amministrazione della società?
Vorrei rappresentare che in relazione alla nomina del liquidatore della Valle Crati SpA, i soci privati avevano indicato un professionista diverso dal dott. Aldo Rizzuti. Pertanto, alla luce di ciò non si può assolutamente affermare che l’attuale liquidatore di Valle Crati SpA sia persona di fiducia dei soci privati. Comunque, certi della correttezza che deve contraddistinguere l’operato di ogni professionista a cui, siamo certi si atterrà anche il dott. Rizzuti nello svolgimento del suo compito, abbiamo condiviso la scelta del socio pubblico.
Per quanto attiene ad una eventuale proposta di concordato preventivo da sottoporre al tribunale, deve essere di competenza dell’attuale liquidatore verificarne la fattibilità e non dei soci.
Per quel che riguarda l’accettazione o meno delle proposte di rinuncia dei crediti, ribadisco che sono stati proprio i soci privati nella loro qualità di legittimi fornitori, a transare per primi i propri crediti con conseguenti pesanti rinunce finanziarie sui servizi svolti.
La stabilizzazione dei precari viene considerato il punto di svolta della crisi. Ma non erano utilizzati anche prima di tale periodo. Quale sarebbe il numero ottimale di dipendenti necessario a svolgere il servizio in maniera efficiente ed economica?
Noi non abbiamo mai contestato il legittimo diritto e la legittima aspirazione dei lavoratori delle cooperative ad essere stabilizzati in Valle Crati. Abbiamo solo eccepito che insieme alla stabilizzazione bisognava che i Comuni assumessero l’impegno a tenere i servizi e a ridurre la loro esposizione finanziaria.
Invece con la stabilizzazione sono venute meno le flessibilità che il sistema delle cooperative garantiva, non ci si è assolutamente preoccupati se i Comuni avevano le risorse finanziarie per sopportare un costo del lavoro che, anche per un sensibile incremento di ore lavorate, cresceva in prospettiva del 40% e, cosa importantissima, non si è proceduto ad assumere i dipendenti delle cooperative tenendo conto del cantiere di appartenenza. Il risultato è stato che subito dopo la stabilizzazione una parte importante dei Comuni si è fatta indietro ed i lavoratori sono rimasti in Valle Crati sostanzialmente nell’impossibilità di lavorare.
Non ci si è minimamente preoccupati di adeguare i prezzi dei servizi con il paradosso che emerge in questi giorni di Comuni che dovrebbero farsi carico dei lavoratori assumendo un costo notevolmente superiore alle somme disponibili in bilancio. Le faccio solo l’esempio del Comune di Spezzano Sila che a fronte di un contratto che vale circa 400 mila euro all’anno, dovrebbe farsi carico di 18 lavoratori che costano, solo loro, 650 mila euro all’anno.
Entro l’anno prossimo si dovrà procedere al riordino del sistema dei rifiuti, con l’attivazione dell’ATO per la programmazione e la scelta di uno o più soggetti gestori. Come dovrebbe funzione in concreto il sistema?
Spero che finalmente si proceda al riordino del sistema rifiuti. Personalmente credo l’attivazione dell’ATO non rappresenti di se la risposta al superamento dei guasti dell’attuale sistema.
Se non si prende atto che bisogna definire prima di tutto la realizzazione o meno di un secondo termovalorizzatore e l’eventuale sua localizzazione tenendo conto del diritto acquisito dall’attuale gestore del sistema “Calabria Sud”, la multinazionale Veolia, non si può immaginare una programmazione efficace.
L’ATO rischia di nascere condizionato ed intanto tutti i problemi rimangono sul tavolo irrisolti. Pensi solo alla possibilità che il nuovo bando regionale di incentivazione ai Comuni per l’implementazione della raccolta differenziata offre. Tutti si preoccupano delle metodologie di raccolta, a porta a porta o a cassonetto e nessuno si chiede dove verranno conferiti queste enormi masse di rifiuti differenziati. Pensi solo a come saranno costretti ad operare i Comuni dell’Alto Jonio, della fascia Tirrenica o a nord della Provincia di Cosenza. Noi sono anni che predichiamo la realizzazione di un sistema a rete di piccoli medi impianti che consentano la valorizzazione dei rifiuti differenziati. Impianti che debbono essere a servizio di territori con distanze che non devono superare i 30/40 chilometri dai luoghi di produzione.
Voglio proprio capire come farà il gestore del servizio di un Comune che raccoglie la carta piuttosto che la plastica o la frazione organica e la deve conferire anche ad impianti che distano oltre cento chilometri. Alla fine si dirà che come al solito sono i calabresi incapaci di cogliere le opportunità che vengono offerte.
In realtà l’incapacità è tutta della politica che dovrebbe governare questi processi ed essere più attenta a sostenere iniziative di chi, imprenditorialmente, vuole investire in questo campo.
Spero tanto che con l’ATO non si giganteggi il problema nel senso che, sempre guardando all’esperienza consortile della SpA Valle Crati, un soggetto privato si trovi ad operare invece che su 43 Comuni su tutti gli oltre 150 della Provincia senza certezze finanziarie e senza la possibilità di realizzare un sistema industriale vero di gestione dei rifiuti.
Premesso che:
la Valle Crati S.p.A. è una società mista nata nel 2001; il 51 per cento del capitale azionario è detenuto dal consorzio Valle Crati, ente pubblico che raggruppa 44 comuni della provincia di Cosenza, compreso il capoluogo;
il 49 per cento invece è detenuto dalla Consortile Crati, composta da una cordata di società private: la Progesam (Gestione Rifiuti) e la Chemiconsult (Gestione Reflui) di Milano, e Calabra Maceri S.p.A. (Trasporto rifiuti/impianti di preselezione), Astra/Tecnologie Meridionali (Riparazioni Automezzi/Riparazioni Cassonetti), Servizi Ecologici (Trasporto rifiuti) e Femotet (Discarica), queste ultime tutte di Cosenza;
il servizio di gestione e raccolta dei rifiuti differenziabili vede impegnata la Valle Crati, su delega del commissario per l'emergenza rifiuti, su tutti e 44 i comuni del consorzio, mentre in 19 comuni del consorzio la Valle Crati, attraverso gara pubblica, gestisce il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani (raccolta RSU);
la società mista raccoglie rifiuti su valori medi che si attestano su un volume di 125.000 tonnellate mensili delle quali 25.000 sono costituite da rifiuti differenziati.
Il risultato individuale dei comuni, per quanto concerne le percentuali di differenziata raccolta, sul territorio è molto variabile; il risultato medio complessivo è di circa il 18 per cento, con punte verso l'alto del 43 per cento (comune di Castrolibero) e verso il basso 9 per cento;
il decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, prevede su tutto il territorio nazionale la costituzione degli ATO (ambito territoriale ottimale), che su scala provinciale dovranno gestire il servizio integrato dei rifiuti, accorpando le esigenze delle singole comunità secondo una logica di economia di scala;
in questo quadro la regione Calabria, e ancora di più la provincia di Cosenza, sono inadempienti e in forte ritardo, mettendo di fatto in una forte situazione di rischio i lavoratori che oggi operano in aziende ormai stremate dalle difficili condizioni finanziarie imposte dalla committenza;
risulta agli interroganti che i 44 comuni che appartengono al consorzio Valle Crati, nonché il sindaco di Cosenza, presidente del consorzio, vadano nella direzione dello smantellamento del sistema consortile, affidando l'espletamento dei servizi ad una serie di micro imprese locali che promettono una riduzione di costi, ma in realtà comportano esclusivamente la riduzione della manodopera impegnata, o più semplicemente la compressione dei diritti e della tutela dei lavoratori stessi;
il risultato che si produrrà nel medio/breve periodo andrà nella direzione di ottenere una qualità di servizio ancora più scadente di quello che negli scorsi anni i comuni sono riusciti a garantire, a fronte di una pessima situazione finanziaria. Infatti, nonostante le somme destinate al pagamento dei servizi di igiene urbana e depurazione delle acque reflue siano regolarmente iscritte in bilancio, in molti comuni si è messo in piedi un meccanismo per cui le stesse somme non sono più disponibili, perché impegnate dalle stesse amministrazioni in altre attività;
in questo contesto vi sono ad avviso degli interroganti una serie di rapporti poco trasparenti tra le istituzioni e le imprese locali: tra l'altro, anche da notizie di stampa risulta che le strutture giudiziarie siano impegnate in indagini che vedono coinvolta l'azienda Valle Crati spa;
il rischio è quindi quello di un graduale smantellamento del sistema consortile e della società, attraverso magari una liquidazione pilotata, che possa definitivamente impedire l'accertamento delle singole responsabilità giudiziarie, a danno dei lavoratori, che rappresentano semplicemente la parte debole di tutta questa situazione;
in questi mesi, i lavoratori che temono il licenziamento e che non ricevono il salario da 4 mesi, sono saliti sul tetto del palazzo della provincia per oltre quindici giorni, senza che sia ancora pervenuta una risposta dalla politica (regione, provincia, comuni), che vada concretamente nella direzione di preservare tutti i trecentocinquanta posti di lavoro;
se il Ministro sia a conoscenza dei fatti suddetti, e se non ritenga opportuno intervenire, nell'ambito delle proprie competenze e di concerto con le autorità locali, per sbloccare la situazione dei lavoratori della Valle Crati, con ciò anche garantendo il pieno funzionamento del consorzio.(4-04774)
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Ultimo aggiornamento del 11/28/2008 17:23:22