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Rende, 23 dicembre 2009
La società è stata uccisa dal suo successo. Credito illimitato, personale esuberante, servizi inefficienti. Un clima di euforia fino a quando le banche hanno chiuso i rubinetti e la società si è ritrovata sommersa dai debiti e appesantita da costi eccessivi e un parco macchine da rottamare
Ritorniamo a parlare della Valle Crati spa e della ragione del suo fallimento. Al di là dell'aspetto legale, da un punto di vista economico e produttivo non vi è alcun dubbio che siamo di fronte ad un esperimento fallito miseramente poiché non è riuscito a creare un sistema efficiente, a trasformare in una opportunità di sviluppo. Eppure al momento della sua costituzione aveva suscitato grandi entusiasmi, aveva alimentato la speranza che anche in Calabria fosse possibile avviare un processo virtuoso di sviluppo.
Forse tra le cause del fallimento si deve annoverare proprio quel successo iniziale, l'accoglienza delle banche che hanno immediatamente investito su quel progetto facendo a gara nell'aprire i rubinetti del credito. Era in quei primi anni di questo secolo una realtà appetibile e con un futuro roseo, poiché il sistema dei rifiuti è diventata una filiera industriale importante un po' dappertutto.
La facilità del credito ha fatto dimenticare l'esigenza dell'equilibrio di bilancio, ha consentito una gestione politica del sistema. Non vi è stata alcuna necessità di effettuare grandi investimenti poiché la società ha ereditato tutto il parco macchine degli ex servizi di Nettezza Urbana dei comuni consorziati che si sono liberati del peso del personale addetto. Tra salari e costo di manutenzione degli automezzi trasferiti alla società, i comuni hanno potuto godere di un certo respiro particolarmente gradito in un momento in cui i tagli sui bilanci cominciavano ad essere pesanti.
La società sembrava non aver impellenze finanziare e non sollecitava i comuni a pagare i servizi forniti. Una favola, in cui vissero tutti felici e contenti. Ma solo per un momento, fino a quando a uno a uno i nodi non sono venuti al pettine. L'usura dei mezzi provoca una escalation dei costi di manutenzione, gli interessi bancari pesano sul conto economico, il castello di debiti e crediti comincia a mettere in allarme le banche che diventano sempre più restie a concedere credito per finanziare la gestione corrente.
La risposta della società è stata un confuso arrembaggio alla ricerca di soluzioni estemporanee, la dilazione dei contributi, i mancato pagamento dei fornitori: qualsiasi espediente utile per superare l'emergenza, costituita sempre dal pagamento degli operai, l'unico modo per consentire al sistema di sopravvivere. E' mancato agli inizi lo sforzo di affrontare il vero nodo, costituito nel mancata pagamento da parte dei comuni e del Commissario ai rifiuti dei loro debiti nei confronti della società. Quando ci si è svegliati da questo lungo torpore, ormai si era in metastasi. Gli arretrati erano tali da costituire un macigno, le difficoltà finanziarie impedivano di effettuare gli investimenti necessari ed il servizio diventava progressivamente più scadente tra la contestazione dei cittadini utenti e dei comuni che subivano la crescente insofferenza per i centri abitati sommersi nei rifiuti. La contestazione si è trasformata in contenzioso con la conseguente messa in discussione delle somme, mentre i fornitori hanno ben presto imparato a passare dal tribunale per vedersi riconosciute le proprie spettanze, in un vorticoso balletto di decreti ingiuntivi.
La costituzione della Valle Crati spa doveva costituire una scissione tra il momento politico affidato al Consorzio, dove si sarebbe dovuto discutere degli aspetti strategici, della pianificazione degli interventi, del sistema di smaltimento: costruire una strategia a lungo termine, realizzare la filiera dei rifiuti per ricercare sinergie per la creazione di un sistema efficiente. La società avrebbe dovuto essere affidata a tecnici che avrebbero dovuto rispondere solo a criteri di economicità ed efficienza, preoccuparsi dell'equilibrio dei bilanci e della soddisfazione dei cittadini-utenti. Si è in realtà realizzato un sistema clientelare in cui gli amministratori dovevano garantire il soddisfacimento clientelare dei patron politici, rincorrere le aspirazioni campanilistiche, assicurare il manuale Cancelli delle assunzioni e degli incarichi, la “equa” distribuzione delle forniture tra i clientes.
Non a caso, il sistema è saltato quando per lo spazio di un mattino la gestione è sfuggita al controllo politico e ha cercato soluzioni tecniche. La gestione Maraniello-Ciavarella con la stabilizzazione dei precari e il disvelamento delle perdite nascoste tra le pieghe del bilancio ha portato allo scoperto dei nodi che si cercava di nascondere.
La risposta è stata quella di un cambio dell'allenatore, un avvicendamento di nomi che si è rivelato disastroso sotto il profilo gestionale. Si è cercato di ritornare alla vecchia visione politico-clientelare, nominando un Consiglio di Amministrazione addomesticato che rispondeva unicamente a una logica politica. Di fronte alle evidenti difficoltà ha tentato di navigare abbondando il timone e lasciando alla furia della tempesta finanziaria il disegno della rotta.
Oggi ci troviamo ancora di fronte una società appesantita da oltre 400 operai, che stanno li senza poter lavorare, un fortino assediato dai debiti e dai decreti ingiuntivi. Non sarà difendendo un disastro che si difenderanno le ragioni dei lavoratori. Vi è il sistema della depurazione che funziona e potrebbe essere risanato, ma non si capisce perché è necessario un apparato burocratico-amministrativo pletorico per gestirlo. Per questo c'è il Consorzio, che potrebbe farlo in maniera economicamente efficiente com'è già avvenuto in passato.
Rende è stato il cuore del sistema, è da lì che sono partite le idee più innovative che sono state travolte da una serie di errori. Ma è da lì che bisogna partire per costruire il futuro. Il sistema dei rifiuti è una minaccia, ma anche una opportunità per apportare significati mutamenti alla rotta per uno sviluppo sostenibile. La costituzione dell'Ato potrebbe costituire un momento importante per un ripensamento dell'intero sistema. “Dal letame nascono i fior”, cantava Fabrizio De Andrè …
Ne abbiamo parlato con Eraldo Rizzuti, assessore rendesi che con passione ed entusiasmo ha seguito l'evolversi della crisi della società e spinge per il superamento del sistema.
Io voglio capire, allora, come mai il presidente della nostra provincia si tira fuori.
La società Valle Crati spa nasce dalla volontà di scindere l'aspetto politico da quello tecnico: la programmazione affidata al Consorzio e la gestione alla spa. Ritiene che sia uno schema ancora valido?
Questo sistema non ha prodotto né qui né altrove risultati apprezzabili, funziona solo nelle economie forti. Pensiamo all'Appennino Paolano, la Sibaritide, l'Alto Tirreno Cosentino, il Pollino per limitarci a quelle cosentine, sono falliti tutti perché non c'è stato mai un piano strutturale, una programmazione seria. Qui siamo in presenza di una economia debole, dove prevale il bisogno, la gente chiede risposte immediate, per sopravvivere alle difficoltà e non ti consente la pausa di riflessione necessaria per una visione di lungo termine, non c'è mai stata una programmazione di impresa- Ancora oggi non riusciamo a conoscere esattamente la situazione dei debiti e dei crediti della società. Qui non riusciamo a creare delle strutture efficace ed efficienti, siamo abituati a creare carrozzoni. Se occorrono 100 operai, se ne assumono due o trecento per rispondere a tutte le sollecitazioni di giovani disperati. E poi non c'è la cultura del dovere, il salario viene considerato un sussidio, un aiuto non il corrispettivo di una prestazione che ci si è impegnati a fornire. La Valle Crati spa ha una struttura validissima che si può reggere solo con la gestione della depurazione. L'augurio che vorrei fare per questo Natale è che ciascuno di noi non si chieda cosa gli altri hanno fatto per noi, ma cosa noi abbiamo fatto per gli altri. Dobbiamo recuperare il senso del dovere e della responsabilità.
In una realtà economicamente debole, è politica che dovrebbe sopperire alla mancanza di una classe dirigente. E' mancata proprio questa opera di selezione, di valorizzazione delle risorse intelletuali della regione. La società Valle Crati ha sofferto per la mancanza di autonomia gestionale, poiché il management non è stato quasi mai scelto per le sue qualità professionali, ma per i suoi meriti politico-clientelari.
Se i dirigenti avessero obbedito alla logica aziendale non avremmo avuto l'ampliamento della pianta organica da 250 a 400 unità, noi siamo stati contrari poiché vi erano già delle avvisaglia di crisi.
La Multiservizi rendese ha avuto un epilogo molto simile. Crede che siamo alla fine di una esperienza di cogestione pubblico-privato? Qual'è il modello idoneo per l'esternalizzazioe dei servizi pubblici? Che tipo di gestione si potrebbe immaginare per il sistema dei rifiuti?
La Multiservizi voleva essere un tentativo di creare una società “full service” per esternalizzare dei servizi comunali con un costo definito ed un piano approvato in consiglio comunale. Questo dava la possibilità di razionalizzare le risorse consentendo la possibilità di tagliare i rami secchi e improduttivi dell'apparato amministrativo e dare migliori servizi ai cittadini. Non siamo riusciti a creare una società efficiente, poiché ci sono pressioni da tutte le parti e il personale è diventato pletorico, con un costo insostenibile. In questo caso la responsabilità è di chi ha gestito il servizio. La società non doveva essere considerata come una mucca da mungere e si è dilatato oltre ogni limite ragionevole il numero delle persone.
L'occupazione si difende creando delle imprese sane, che sappiamo offrire servizi di alta qualità.
Sono d'accordo, poiché in questo modo diamo ai cittadini servizi efficienti e creiamo le condizioni per far sviluppare anche altre attività. Per l'espletamento dei servizi previsti dal piano, il comune aveva concesso un budget di due milioni e settecentomila euro, che dovevano essere gestiti oculatamente, ma si è preferito dilatare il personale fino a portarlo a più di duecento persone facendo esplodere i costi.
Ritornando alla Valle Crati, lei ritiene che il punto di rottura sia stata la stabilizzazione dei precari, ma questi erano già utilizzati in precedenza ed il loro costo gravava sul conto economico della società. Non crede che il vero nodo sia stata la politicizzazione della gestione societaria?
L'inizio della crisi risale a molti anni fa. Quando nel 2000 si è deciso di costituire la società di gestione, è stata una scelta molto avanzata. A nord questo tipo di società sono quotate in borsa, creano ricchezza e occupazione. La Valle Crati poteva essere un punto di riferimento per la costituzione dell'Ato, un esempio di efficienza. I 43 comuni del Consorzio costituiscono più di un terzo dell'intera provincia in termini di territorio e quasi il 50% della popolazione, dove vi sono i comuni più importanti. Al momento della sua nascita, le banche hanno aperto i rubinetti. La società ha avuto un credito che potremmo dire illimitato, tanto che le difficoltà si sopperivano con un ampliamento dell'affidamento. Ci si è proprio dimenticati dei comuni, e dell'esigenza di recuperare i crediti per una sorta di pietismo politico. Nel luglio del 2008, ci si è accorti di essere arrivati ad una situazione in cui il credito non era più dilatabile. Solo allora ci si è ricordati del credito dei comuni, che soprattutto per alcuni comuni avevano raggiunto livelli enormi. In quella occasione si pose il problema della stabilizzazione dei precari, che negli intenti degli amministratori doveva porre fine ad una situazione provvisoria e tradursi in un risparmio per la società. Questo non si è verificato, ma la società si è trovata gravata di un monte salari insostenibile, così come è stato un enorme aggravio sotto il profilo organizzativo, poiché la maggioranza degli assunti non rispondeva a una logica aziendale e la qualità del servizio ne ha risentito in maniera significativa. E' stata una cattiva gestione che continua ancora oggi. Se vado a domandare il reale stato dei crediti, difficilmente si trova un accordo tra le due parti, poiché la quasi totalità dei comuni ha contestato i conti della società, né si è tentato una transazione per definire le pendenze.
La risposta che si è tentato di dare è sotto il profilo prettamente personale cambiando il Consiglio di amministrazione. Un avvicendamento che ha dato risultati molto deludenti, poiché nessuno dei nodi della società è stato sciolto, ma la situazione si è incancrenita.
Tutti i consigli di amministrazione che si sono succeduti hanno agito in maniera molto simile, poiché nessuno ha agito con quello piglio decisionale e quell'autorevolezza che consente di affrontare i grandi problemi. Tutti hanno cercato di rimandare le soluzioni, di procrastinare le scadenze nella speranza che qualcosa o qualcuno intervenisse per risolvere le situazioni più intricate.
Vi è stato però un vuoto politico, la mancanza di una visione strategica che consentisse di superare questo stato di precarietà.
Io sono un operaio della politica, che in una situazione di stallo, di blocco totale del sistema, si può continuare ad offrire un servizio ai cittadini, che il sistema Rende può dare una risposta diversa e più efficiente. Era il Consorzio Valle Crati che doveva esercitare il controllo, che è mancato o non ha funzionato a dovere. Ma i politici il problema se lo sono posti, tanto che alla guida del Consorzio è stato chiamato il sindaco del comune capoluogo, il più importante proprio per assumere delle decisioni con l'autorevolezza che gli conferisce il ruolo che ricopre. E' mancato e manca tuttora un piano industriale. La diagnosi era stata individuata subito, è la terapia che è mancata e manca tuttora.
Il comune di Rende è stato il primo a dare l'avvio al cosiddetto "regime delle ordinanze", che in ultima analisi, ha portato alla liquidazione della Valle Crati spa. Non sarebbe stato preferibile sciogliere i nodi della società, piuttosto che chiudersi nel proprio particulare?
Il codice sull'ambiente stabilisce una serie di criteri a cui le amministrazioni si devono attenere. Noi, come rappresentati del comune, abbiamo l'obbligo di proteggere la salute dei cittadini e mantenere l'ordine e la pulizia della città. Abbiamo ritenuto prioritario questo obiettivo, al di là delle competenze dei singoli. Quando ci siamo resi conto che la ValleCrati non era più in grado di garantire il servizio, abbiamo preferito guardare all'interesse ed al benessere dei cittadini. Il servizio dei rifiuti costituisce un'attività di pubblico interesse, e ne siamo ben consapevoli. Questo ha certo accelerato un processo, ma le cause della crisi erano ben evidenti fin dall'allora e non sono ancora state rimosse. Senza quella decisione avremmo solo dato qualche giorno di respiro alla società, ma il prezzo lo avrebbero pagati i cittadini. Senza salvare la società che era già condannata. Il sindaco di Rende e successivamente quello di Cosenza erano obbligati a provvedere.
Ora si dovrà comunque arrivare all'Ato, cosa bisogna fare per fare tesoro della fallimentare esperienza delle società di gestione consortili?
La relazione della Corte di Conti inizia in questo modo: “sono stati oggetto di indagine le politiche pubbliche condotte dalle cinque amministrazioni provinciali, l'Ufficio del Commissario delegato per l'emergenza ambientale ciascuna delle quali risulta titolare di poteri di coordinamento, indirizzo, gestionali, operativi e normativi”. Io voglio capire, allora, come mai il presidente della nostra provincia si tira fuori. Se domani si costituisce l'Ato, la provincia di Cosenza è pronta a gestirlo con un suo piano, un suo programma perché ha sotto controllo la filiera dei rifiuti? Oggi si deve necessariamente parlare in termini di filiera, poiché non ci si può limitare alla raccolta o allo smaltimento. Se dovessimo attuare realmente la raccolta differenziata dovremmo organizzare dei centri di raccolta dei materiali per rendere sostenibili i costi. Oggi noi saremmo costretti a spedire a Brescia il ferro, a Salerno carta e cartoni e così via. Noi siamo decentrati rispetto al resto dell'Italia, e abbiamo bisogno di una maggiore organizzazione. Con i costi che vengono riconosciuti dal Conai non possiamo farcela. Per questo la sfida è quella di riuscire a creare l'intera filiera dei rifiuti. Una sfida difficile che dobbiamo vincere per costruire un futuro ai nostri figli.
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