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Rende, 23/11/2011
Che fatica scalare i … Monti!
Sono già pronte le insegne dei nuovi sportelli e la fanfara sta lustrando i fiati per il concerto augurale, ma la nuova banca è entrata in un cul-de-sac ricoperta da una coltre di silenzio.
Nasce la Banca del Mezzogiorno. Nasce? Sono passati solo pochi giorni dal roboante annuncio di Tonino Gentile, sottosegretario al Tesoro per un accecante lampo nella breve vigilia del disarcionamento del cavaliere: “la Banca d'Italia ha già autorizzato i primi 250 sportelli della Banca che abbraccia tutto il Mezzogiorno … Prevediamo di aprire questi primi 250 sportelli a gennaio".
Con l’insediamento del nuovo governo non solo la Banca del Mezzogiorno è sparita dall’agenda politica, ma del Mezzogiorno non ne parla più nessuno. Considerato il riserbo che copre tutto l’impianto programmatico dell’esecutivo Monti, è necessario aspettare ancora qualche giorno per esprimere qualche giudizio sulle reali intenzioni del nuovo governo.
Nel frattempo è necessario mettere insieme i tasselli del puzzle per tentare di delineare i compiti e le funzioni del nuovo istituto e capire se si trattava dell’ennesimo bluff uscito dal cilindro della finanza creativa, oppure di un disegno lungimirante che potrebbe giocare un ruolo significativo nel rilancio di una politica meridionalista.
Gli inizi non sono certo incoraggianti. Dopo una lunga gestazione meditativa con annunci calibrati a intervalli politicamente significativi, infine la storia della sua creazione inizia a luglio scorso con la vendita da parte di UniCredit del Mediocredito Centrale a Poste Italiane Spa per 136 milioni di euro. Una cifra congrua? Chi ci ha guadagnato e chi ha perso in questa transazione? In attesa di una risposta a domande che nessuno si è ancora posto, possiamo considerare alcuni fatti. Nel bilancio del 2010 il patrimonio netto è stimato a 174 milioni di euro a valore di libro contro i 730 milioni dell'anno precedente, mentre si denuncia un utile netto di 37,9 milioni di euro.
Nelle note di bilancio si precisa che “a seguito della scissione del ramo d’azienda “Corporate” con efficacia 1° settembre il capitale versato di 722,5 milioni di euro è stato infatti ridotto di 590 milioni di euro”. Cosa è rimasto dopo la cessione del ramo di attività che deteneva il know-how finanziario per l'assistenza alle imprese e l'expertise per le attività di ingegneria finanziaria che costituivano la componente più importante e significativa dell'istituto?
Il valore di cessione è pari al patrimonio di vigilanza che “determinato sulla base delle regole dettate dalla Banca d’Italia, risulta pari a 138 milioni di euro”, secondo quanto si legge nella stessa relazione al bilancio.
Il 16 ottobre scorso lo stesso MedioCredito Centrale informa che, conseguentemente al downgrading del rating della Repubblica Italiana e della controllante Poste Italiane S.p.A., in linea con il rating del governo, Moody’s ha comunicato di aver ridotto il rating a lungo termine della Banca, portandolo da A2 ad A3, mantenendolo under review. Inoltre, il rating a breve termine è stato modificato da “Prime-1” a “Prime-2”. In un momento in cui rating e spread costituiscono due elementi di forte preoccupazione e sono sotto osservazione, la decisione di Moody's appare alquanto preoccupante e per questo si cerca di porre qualche rimedio con la precisazione che sia da collegare al rischio paese.
Nel comunicato di Moody's tuttavia viene precisato: “The banks’ financial strenght ratings (BFSRs), which were not part of the review, have not been affected by the rating action on the Republic of Italy, expect in the case of UniCredit and Intesa Sanpaolo”. Il rischio paese non ha influenzato la valutazione delle banche che è scaturita da un algoritmo che on tiene conto di questi fattori, fatta eccezione per UniCredit e Intesa Sanpaolo, che detengono quote molto elevate di debito pubblico italiano.
Si ha l'impressione che si è di fronte alla cessione di scatole vuote.
A dirigere l’istituto viene nominato l’Amministratore delegato di Poste Italiane spa, Massimo Sarmi, un berluscones della prima ora, il cui mandato è stato rinnovato la primavera scorsa per la terza volta. “In carica da poco meno di dieci anni, partito nel 2002 con una sponsorizzazione di An, è considerato un grande navigatore del mondo politico. Ora potrebbe risultargli fatale l'ultima giravolta, quella che nei mesi scorsi gli è valsa il quarto mandato in quota Letta”, scrive L’Espresso.
Nell’agosto, nel corso della visita del presidente Martinelli, viene stipulato un memorandum con le Poste Panamensi un affaire concluso sotto la regia di Valter Lavitola, ancora oggi latitante in quella lontana landa.
A settembre il nome del Mediocredito Centrale viene cambiato in Banca del Mezzogiorno e si procede a un aggiornamento statutario per attribuirgli le stigmate di istituto meridionale. Les jeux sont faits! La pallina del croupier è partita. Il Mezzogiorno può esultare: habemus bancam!
"Sarà una Banca di secondo livello e andrà incontro alle imprese, ma anche al piccolo credito e aiuterà molto l'economia, accorciando le distanze tra le due velocità del Paese e tra i tassi d’interesse praticati al Sud rispetto a quelli del Nord", annunciava il sottosegretario Gentile. Considerate la storia e l’esperienza del Mediocredito l’ipotesi che il nuovo istituto intendesse assumere il ruolo di erogatore di credito a medio e lungo termine appariva come qualcosa di ragionevole, anche se alla luce della recente amputazione subita qualche dubbio è più che legittimo. “La Banca del Mezzogiorno è asse portante, insieme all'avvio di grandi infrastrutture e al sostegno al turismo, del punto 'Eurosud' indicato nella lettera alla Ue dal presidente del Consiglio", aggiungeva crogiolandosi in brodo di giuggiole.
In questa costruzione non si capisce in che modo la nuova banca potesse incidere sulla forbice dei tassi, ma il mistero viene svelato qualche giorno dopo. Si apprende infatti che l'operazione prosegue con la separazione del Bancoposta e la sua trasformazione in una struttura operativa della nuova banca. Un vero “coup de théâtre” poiché per incanto si ottiene una copertura territoriale quasi totale con una base di 4.400 uffici postali meridionali trasformati magicamente in sportelli bancari, con una serie di ricadute positive. Come per incanto si colma il divario di bancarizzazione tra il nord, dove vi sono 6 sportelli ogni mille abitanti, e il Sud dove la densità degli sportelli è pari esattamente alla metà (3 sportelli ogni 10.000 abitanti). In secondo luogo si scorpora l'attività bancaria dal bilancio di Poste Spa, con un notevole respiro dei conti, considerato il discutibile risultato di quell'esperimento.
I generosi interventi dello Stato serviranno a riportare in utile attività che costituivano un problema e conquistare facilmente un vasto mercato creditizio avvalendosi della dichiarata volontà di accelerare gli investimenti in infrastrutture e di poter disporre in forma privilegiata di una serie di misure per favorire il credito alle piccole e medie impresse delle regioni svantaggiate. Ecco svelato il mistero della sua origine: la Banca del Sud è destinata a diventare la nuova e aggiornata Cassa del Mezzogiorno, non più dedita alla esecuzione delle opere, ma esclusivamente a controllare tutto il complesso iter esecutivo: dall'appalto al collaudo. Dal primo gennaio prossimo dovrebbero partire i primi 250 sportelli già autorizzati dalla Banca d'Italia, diciotto dei quali dislocati tra la Basilicata e la Calabria. “Gli sportelli potranno essere aperti in uffici dedicati o anche in aree specifiche degli attuali uffici postali”, sostiene Massimo Sarmi. Finora il tentativo di trasformare il carrozzone postale in una banca efficiente si è dimostrato fallimentare. Si è creato un piccolo mostriciattolo a metà tra un inefficiente ente pubblico e una deforme società privata.
Il terzo obiettivo dovrebbe essere quello di riuscire a fornire consulenza tecnica e assistenza finanziaria per favorire la nascita di nuove imprese, per sostenere l'imprenditorialità giovanile e femminile, l'aumento dimensionale, l'internazionalizzazione, la ricerca e l'innovazione per creare maggiore occupazione. La mission è insomma la predisposizione di un piano di intervento per fornire ai ministeri competenti la necessaria assistenza agli uffici ministeriali, degli enti locali e con il coinvolgimento delle parti sociali per la gestione degli strumenti agevolativi in favore delle imprese. Una istituzionalizzazione della concertazione, che dopo la fiammata iniziale di speranze, si è risolta in un sostanziale fallimento.
Un compito titanico che le banche già operanti sul mercato non sono state in grado di svolgere, anzi in molti casi hanno smantellato le strutture esistenti per le difficoltà incontrate e gli esiti disastrosi di tutte le politiche di incentivazione fin qui sperimentate. Il tutto da portare avanti con personale scarsamente qualificato, con un istituto come il Mediocretico Centrale potato dei suoi migliori elementi.
Cosa succederà ora, nessuno è in grado di prevederlo, ma il dubbio è che il parto di fantasia sia avvenuto con molto ritardo. Tutte le banche, da quelle locali alle banche nazionali, pur mantenendosi ferme nel loro riserbo, esprimono molti dubbi e perplessità sul nostro istituto che a tutti appare come inutile e velleitario. Bisognerà solo attendere sulle rive del fiume per attenderne il cadavere appesantito da perdite milionarie.
Il sistema del credito cooperativo in particolare mostra un certa insofferenza nei confronti del costituendo istituto, sottolineando il loro impegno sul territorio per leggere i bisogni degli operatori economici e delle famiglie e dare delle risposte concrete. Il presidente della nuova banca e amministratore delegato di Poste Italiane spa Massimo Sarmi dichiara “intanto noi partiamo, poi nell’immediato futuro successivo si valuterà”, auspicando l’attivazione di sinergie organizzative e commerciale con le BCC “per distribuire le garanzie tra più soggetti”.
La risposta contiene implicitamente la critica mossa dalle BCC al nuovo istituto che ha un sapore squisitamente politico e non ha alcuna giustificazione tecnica. I soggetti che potevano vantare una esperienza e un collegamento reale con il territorio sono proprio queste e dovevano essere loro i soggetti cui affidare il compito di interfaccia tra i programmatori pubblici e gli investitori privati.
La vera torta in gioco è costituito dal risparmio postale – una torta di 225 miliardi di lire, che finora è stato utilizzato dalla Cassa Depositi e Prestiti per il finanziamento delle opere pubbliche e che si cerca ora di dirottare verso il finanziamento delle imprese. La Cassa è oggi una società per azioni di proprietà pubblica (il 70% delle azioni appartiene al tesoro e il 30% alle fondazioni bancarie), che agisce come un soggetto privato il cui presidente è una personalità politica ben conosciuta Franco Bassanini, che ha legato il suo nome alla legge che porta il suo nome per il disboscamento della burocrazia.
La Cassa depositi e prestiti ha messo a disposizione delle piccole e medie imprese un plafond di otto miliardi di euro per il 2009, elevato a diciotto miliardi per il 2010 per la copertura finanziaria delle spese di investimento oppure di esigenze di incremento del capitale circolante del comparto imprenditoriale. A marzo 2011 è stato stipulato un accordo con l’ABI per la messa a disposizione di un miliardo di euro per l’allungamento delle durate dei mutui contratti con il sistema bancario dalle Pmi, mantenendo invariati i tassi contrattuali originari.
Finora questi fondi venivano affidati alle banche per destinarle alle imprese. Con la costituzione della Banca del Mezzogiorno, essi dovrebbero essere intermediati da quest’ultima. E’ naturale che vi sia un’avversità nei confronti di una concorrenza considerata sleale e contraria ai principi comunitari. Non si può escludere la possibilità che qualche banca possa adire alla Corte di Giustizia europea per annullare questo privilegio, con un ulteriore rallentamento della corsa verso l’operatività.
Caduto il governo forse è caduta anche l’idea della Banca del Mezzogiorno della cui assenza non se ne accorgerà nessuno, come nessuno ne ha avvertita la necessità. Con il ponte sullo Stretto erano le due grandi invenzioni che potranno far risparmiare risorse da destinare alle priorità reale del Mezzogiorno.
I veri nodi da sciogliere sono altri e ben conosciuti: la criminalità, l’efficienza della burocrazia e le infrastrutture. Il Corriere della Sera, ad esempio, segnala per l’ennesima volta lo scandalo del ritardo nei pagamenti della pubblica amministrazione. Una inefficienza che costa alle imprese molto di più del differenziale dei tassi bancari.
In Calabria mediamente gli enti pubblici pagano (il dato si riferisce al 2008, ultimo disponibile) dopo 793 giorni – due anni e due mesi circa, un ritardo che è aumentato di 267 rispetto l’anno precedente. Né le altre regioni meridionali stanno molto meglio: solo qualche giorno in meno di attesa. Il dimezzamento di questi tempi produrrebbe un risultato certamente molto maggiore alle aziende meridionali. La vera rivoluzione è trasformare il Mezzogiorno in una realtà normale, dove per aver il giusto non è necessaria l’intermediazione politica.
Per il miracoli ci affidiamo a San Francesco che è meglio attrezzato e ha una esperienza secolare.
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