Tomo III
CAPITOLO NONO
DELLE MONETE DE' PESI E DELLE MISURE
DELLE MONETE.
Questi strumenti preziosi della circolazione; queste misure di ogni valore, al tempo de' nostri re normanni e svevi si battevano principalmente nelle zecche di Amalfi e di Brindisi.( 1 ) La zecca di Napoli cominciò colla sede che vi fecero i re angioini, che col ridurre tutto alla capitale, disertarono il regno. ( 2 )
II fisco non dovrebbe fare alcun profitto sulle monete, e la spesa della loro fabbrica, dovrebbe essere a carico dello stato. Ma non tutti i governi di Europa pensano a questo modo, e noi siamo obbligati di conformarci all'uso generale. ( 3 )
Siccome diversi principi hanno regnato nel nostro paese, così abbiamo avuto gran varietà di monete. I conti oggi si tengono in ducati, tarì, carlini, grana e cavalli. Il ducato vien composto di 5 tarì o di 10 carlini, e corrisponde quasi a lire 4 e soldi 5 di Francia; il tarì si compone di 2 carlini, il carlino di 10 grana; il grano di 2 tornesi; il tornese di 6 cavalli.
Prima il conto si teneva in once, e questo usa si è conservato nelle dogane, nel pagamento de' tributi diretti, come pure nelle pene che si esigono da' tribunali. L'oncia è la valuta di 6 ducati. L'oncia d'oro nel XIII secolo era moneta di conto, non solo del regno di Puglia, ma della Sicilia ancora. Federico II coniò l'augustale ed il mezzo augustale, amendue di oro e di buona lega: valeva l'augustale 7 tarì e mezzo. Quattro augustali componevano un'oncia. ( 4 )
I1 Signor Diodati, in una dotta dissertazione che ha scritto sulle nostre monete, ha mostrato, che al tempo di Federico II le monete correvano a peso. La libbra di oro era divisa in 12 once, l'oncia in 30 tarì, il tarì in 20 grana. Da nomi di peso esse passarono a nomi di monete di oro. ( 5 )
II tarì era il trappeso presente, ch'e quanta dire la trentesima parte dell'oncia. Sotto i re angioini, per facilitare il commercio, si coniarono ancora i tarì di argento, dello stesso valore di quelli di oro.
Il grano di oro era ancora moneta di conto: 600 gr. facevano un oncia, onde un grano di oro valeva quanto il grano odierno di rame. Si batté poscia il grana di argento e con molta lega: la cosa fu facile, perchè allora i metalli avevano un'alterata proporzione colle mercanzie. Questa moneta si adoperò nel regno fino al principio del XVII secolo.
Carlo I di Angiò, che voleva cancellare e distruggere le tracce del governo svevo, per assicurarsi l'usurpazione del regno, cercò abolire li agustali e li mezzo augustali, e fece tanto che li ridusse a moneta numeraria. Egli vi surrogò il reale e mezzo reale dell'istesso peso e valore, che furono coniati nelle zecche di Barletta e di Messina.
Carlo I, del suo nome fece coniare il carlino. Fu di oro e di argento: quello di argento valeva 10 gr.: quello di oro valeva 15 carlini di argento; ch'e quanto dire quanto l'augustale.
Sotto Alfonso di Aragona si batterono, oltre i reali, li alfonsini di oro e di argento: sotto Ferdinando i coronati. Ma questi non possono essere argomento della nostra opera: essi sono riserbati agli illustratori delle antichità della nostra patria.
Si è conservato il valor legale dell'oncia di oro ed i nomi di ducati, di tarì, di carlini, di grana, di tornese e di cavalli: tutto il resto si è mutato.
Dopo il regno di Filippo IV, fino al 1749, pochissime monete di oro si sono battute nel regno. ( 6 ) Questa è la ragione, per cui vi avevano corso le monete forestiere, e tra queste le doppie di Spagna, i zecchini di Venezia e di Roma, i fiorini di Firenze, che oggi sono divenuti rarissimi. ( 7 ) Nel 1749 furono battute tre monete di oro, l'oncia napoletana del peso di 9 trappesi e di acini 17 e mezzo, e della valuta di 6 duc.; la doppia napoletana del valore di 4 duc.; ed il zecchino napoletano del valore di 2 ducati. La bontà di queste monete e di carati 21 e 3/4. L'oro puro è riputato di 24 carati. ( 8 )
Circa lo stesso tempo si era data libero corso alle monete di Sicilia che sono della stessa bontà delle nostre. ( 9 ) Queste monete di oro consistono nell'oncia e nelle due once. Abbondantissima è divenuta la prima, la quale è la metà della nostra, cioè del valore di 3 ducati. ( 10 ) Ciò che merita di essere considerato si è, che fino al XIII secolo, per l'unità del governo, ne' due regni è stato uniforme il peso, il nome ed il valore delle monete. ( 11 ) Ma sarà sempre un fenomeno stranissimo e niente concepibile, che i Siciliani, ad eccezione del canonico Schiavo, siano stati finora all'oscuro di un fatto di tanta importanza alla pubblica economia del loro regno. Donde poi sia derivato, che le once, i tarì, il carlino, il grano abbiano avuto in Sicilia la metà del valore, che prima avevano conservato fino alla rivolta contro Carlo I di Angiò, con gran meraviglia i Siciliani si mostrano ancora all'oscuro di questo fatto. II Signor Diodati ( 12 ) suppone che ciò abbia potuto accadere al tempo de' re aragonesi, per l'alterazione fatta nel valor numerario.
Converrebbe avere un'idea del numerario ch'esiste nel regno, cioè della quantità delle specie di oro e di argento, che vi circolano. Si può aver notizia delle quantità che da un certo tempo si sono battute; ma non si potrà mai sapere la porzione che n'è stata fusa, ( 13 ) che se n'è perduta o che si è esportata fuori. Niuna idea possiamo formare della quantità non picciola delle monete di Sicilia, che perennemente viene tra noi; onde queste nozioni sono difficili ad acquistare, e fallacissime sono le congetture.
Ciò che si può dire si è, che in ogni anno s'introduce nel regno una somma di oro e di argento, proporzionata a' crediti che nel commercio abbiamo colle altre nazioni. Ma in questi due ultimi anni, la bilancia del commercio non ci è stata favorevole, onde di necessità sono state portate fuori le specie nazionali. In fatti le nostre monete di oro sono in commercio in Roma, in Genova, in Livorno e nel Levante Ottomano. Quando il nostro commercio avrà ripigliato il suo ordinario corso, che abbiamo mostrato essere superiore, ( 14 ) li stranieri nostri debitori ci riporteranno le nostre monete. Io dunque non posso altro fare, che dar il conto esatto delle specie fabbricate nella Zecca di Napoli.
Dal 1749 fino al dì 15 novembre 1785, si sono coniati in Napoli delle tre monete di oro di sopra indicate, 20.838.345 ducati.
II re Ruggiero coniò il ducato, di valore intrinseco diverso dal presente, ed avendolo fatto di maggior lega, arrestò il commerciò in tutta Italia e rovinò il regno.
II carlino, come si è veduto, fu così detto da Carlo I, il quale fece pure il due carlini o sia tarì.
II ducato sebbene fosse stato antico nel regno, tuttavolta il primo ducato che il Vergara ci reca, è quello di Filippo II. ( 15 ) II mezzo ducato, o sia cianfrone, ci viene dal medesimo rapportato sotto Filippo III. ( 16 ) Nel 1537 furono alzati del 20 per cento, per cui il primo divenne 12 carlini, ed il secondo 6 carlini. Così il ducato divenne moneta imaginaria e di conto. Si fece battere con questa nuova proporzione il tarì, il carlino, il mezzo carlino, detto pure zannetta, ed il quarto di carlino o sia cinque tornesi, tutte di argento.
Era allora un uso generale in Europa di alterate le monete. Anche le nuove si facevano ineguali, con dare un peso non proporzionato alle antiche. Così accadeva che le monete antiche andavano fuori del regno. ( 17 ) Di tali errori i governi non si sono corretti, che in questi ultimi tempi.
Lo stile del governo di alterar le monete fu imitato da' sudditi, che le tosavano. Le frequenti alterazioni da una parte e la moltiplicazione de' tosatori dall'altra, produssero grandissimo sconcerto nella circolazione. Sotto Filippo II si dové pensare a ritirare le monete tosate, con doppio aggravio de' popoli.
Nel regno di Filippo III, il duca di Ossuna batté il cinque carlini, di quindici grana, ed in appresso sotto il governo del duca Borgia si batté il sette grana e mezzo.
Ne' tumulti popolari del 1648, dal duca di Guisa si coniò una moneta di 15 grana.
Sotto Filippo IV si coniarono i cinque carlini, il tarì ed il carlino, perchè le vecchie monete si rifiutavano. Gli effetti delle cattive monete erano la penuria de' viveri, e la perdita del commercio. Nel governo del duca di Alba, si prese il duro espediente di privare i creditori de' banchi del terzo: un terzo fu data di moneta nuova, e per l'altro terzo fu assegnato il frutto della nuova gabella, per tale oggetto imposta del ducato a botte. Così infinite famiglie rimasero impoverite e deserte.
Quando Carlo II fu acclamato re, si batterono i carlini dal suo nome. Le monete continuavano nel loro cattivo stato. Nel 1683 dal conte di Haro, marchese del Carpio e vicerè di questo regno, si attese a rinnovarle con renderle corrispondenti a quelle del vicino Stato Pontificio. Si batterono del peso di 11 once di argento puro, e uno di lega il ducato, il mezzo ducato ecc., e fino al 1687 furono coniati 3.042.916. Questa moneta ( 18 ) dal conte di S. Stefano suo successore ( 19 ) , fu pubblicata con alterarsi del 10 per cento, onde divennero 3.347.207. Così il ducato divenne carlini 11, il mezzo ducato carlini 5 e mezzo, il tarì gr. 22. II conte di S. Stefano coniò con questa proporzione la nuova moneta, e nel 1688 e 1690 furono battuti duc. 2.228.225. Ma nell'anno 1691 il medesimo vicerè ( 20 ) accrebbe la moneta di altri 20 per cento. La nuova moneta battuta dal 1683 giugneva a 5.455.432: ora questo secondo accrescimento sopra tale moneta dava 1.091.086, onde crebbe numerariamente a 6.546.518. II ducato, che col primo alzamento era divenuto 11 carlini, divenne 1,32 con questo secondo; e il mezzo ducato, ch'era divenuto gr. 55, divenne gr. 66. II nuovo ducato divenne 12 carlini, e cosi delle altre. Questo uso frequente di alterar le monete, fece che se ne ignorasse il valore.
La nuova moneta si continuo a battere giusta l'ultimo alzamento, e dal 1692 fino al 1717, in cui che mi è stato permesso consultare i pubblici registri, trovo essersi coniato altri 6.778.900, che uniti a' precedenti ci danno 13.325.418 duc. di argento.
II re Carlo Borbone batte in gran copia il dodici carlini, il sei carlini, in poco numero il carlino, ed in piccolo numero il mezzo carlino. Nel 1745 ordinò che le monete di Sicilia avessero libero corso, come le nazionali. ( 21 )
Fra li nostri stabilimenti pubblici si ammira la Deputazione delle monete, la quale viene composta di 23 soggetti del comune di Napoli. Allorchè si debbono mettere in commercio le nuove monete, questa Deputazione si porta alla Zecca a farne i saggi, e quando non si trova fatta a dovere, si oppone alla liberanza e rappresenta al sovrano. La nuova moneta di argento del re Carlo Borbone, era stata battuta di 10 once e 18 sterlini di puro metallo a libbra, dove che l'antica era di 11 once, come si è veduto. Questo fu motivo perchè la Deputazione si protestasse. Ma dal re si ordinò la liberanza perche si ebbe in veduta, che questa nuova moneta era nel fatto eguale all'antica, che si era consumata di 2 sterlini a libbra.
Oggi la nuova fabbrica per ogni libbra ha di puro metallo once 10 e sterlino uno e mezzo, perchè le monete sono state accresciute nel peso: ( 22 ) ogni sterlino è la ventesima parte dell'oncia. Una libbra di argento puro, detto di coppella oggi si compra a duc. 17,50, dove che si comprava duco 15,60 nell'anno 1691. ( 23 )
Oggi le monete che corrono sono grana cinque che sono rare, il carlino o sia 10 grana, il dodici grana, il tredici grana, il tarì o grana 20, il grana ventiquattro, il grana ventisei, il tre carlini di Sicilia, il quattro carlini di Sicilia, il carlini cinque o mezzo ducato, il sei carlini di Napoli e di Sicilia, il sessantasei grana, il ducato, il dodici carlini, il tredici (carlini) e due grana ch'e raro.
Chiamati tornese dalla moneta francese battuta a Tours dagli Angioini. La pubblica si disse così dalla sua epigrafe pubblica commoditas.
Carlo V fece coniare anche uno cavallo, il due cavalli che per la loro picciolezza sono andati in disuso.
Filippo IV nel 1622 fece coniare il due grana, che fu poi sbassato ad un grano e mezzo, detto altrimenti pubblica, e la mezza pubblica o sia 9 cavalli.
Nel 1648, ne' tumulti popolari furono battuti il tornese, il due tornesi e la pubblica. Sotto Filippo V si coniarono ancora il grano ed il tornese.
Tali monete erano state battute ora di 12, ora di 10 trappesi a grano. Nel regno del monarca Carlo Borbone, trovandosi la moneta di rame quasi tutta corrosa, si penso di rifarla. Nel 1756 la nuova fu coniata di 7 trappesi a grano, perchè la valuta del rame era cresciuta.
Si coniarono tutte le monete correnti; e da' 31 maggio 1756, fino a 24 agosto 1757, si batterono cantàra 154,60 3/4. Fu tale fabbrica sospesa per ordine della Camera della Sommaria, perchè il partitario si valeva della moneta vecchia ch'era di maggior peso, come si è pocanzi notato.
Trovandosi oggi la moneta di rame molto più consumata, si è disposto dal re di rifarsi interamente di 7 trappesi a grano, ch'è quanto dire conforme al conio precedente. La nuova moneta dal dì 31 luglio 1788, per tutto il dì 14 novembre 1789; in cui scriviamo il presente articolo, si è coniata nella quantità di cantàra 915,50. Ogni cantàro di rame monetato dà duc. 142,86. Oggi il buon rame si compra a duc. 60 a 65 il cantàro.
( 1 ) Secondo i tempi vi furono zecche di monete anche in Gaeta, in Capua, in Salerno, in Taranto, ecc.
( 2 ) Sotto i re angioini si continuò per qualche tempo a coniare le monete nelle province, e fra l'altro in Chieti e nell'Aquila.
( 3 ) II nostro re non riceve niun beneficio sulla moneta di oro. Su quella di argento ha gr. 3 a libbra.
( 4 ) L'abate GALIANI, nell'eta di 20 anni, impresse nel 1750 un libro Della moneta, intorno al quale avevano travagliato il marchese Rinuccini, Bartolommeo Intieri, Pasquale di Tommasi per la lingua, e più di tutti Pasquale Carcani. Nel 1780, nell'eta di 50 anni, il Galiani ristampò tale libro [FERDINANDO GALIANI, Della moneta, Napoli, MDCCLXXX]. cui aggiunse del suo alcune annotazioni, di merito molto inferiori all'opera principale. Nell'annotazione XVIII [p. 369] afferma essere stato l'augustale la quinta parte dell'oncia. Noi che abbiamo dovuto consultare l'Archivio angioino, detto della Zecca, per la composizione di questa opera, possiamo assicurare che tutte le carte che ci avanzano di quella età, ci mostrano essere stato l'augustale costantemente la quarta parte dell'oncia. Alcuni monumenti sono stati impressi in GALANTI, Nuova descrizione, cit., t. II, p. 18.
( 5 ) Chi desidera maggiori notizie sulla difficilissima materia delle monete de' bassi tempi di questo regno, potrà ricorrere alla lodata Dissertazione del signor [DOMENICO] DIODATI, [Illustrazione delle monete che si nominano nelle costituzioni delle Due Sicilie, Napoli, MDCCLXXXVIII, pp. 51-52], la quale nell'anno scorso fu ancora inserita nel primo volume degli "Atti della Reale Accademia delle Scienze e Belle Lettere di Napoli", Napoli, MDCCLXXXVIII, pp. 315 sgg.
( 6 ) Prima e dopo Filippo II, fu battuto lo scudo di oro di 11 carlini e mezzo, di cui poi non si fece uso. Questa moneta ebbe gran corso nelle piazze straniere, e fu annoverata fra gli scudi delle cinque stampe, tanto rinomati. Ne' tempi posteriori fu chiamato scudo di oro riccio. II suo valore crebbe gradatamente fino a 24 carlini al tempo del VERGARA cioè verso il 1715 [CESARE ANTONIO VERGARA, Monete del regno di Napoli da Roggiero Primo Re, sino all'Augustissimo Regnante Carlo VI, Roma, MDCCXV, pp. 129 e 176].
( 7 ) Le monete del regno, tratto tratto passarono ancora in Ispagna per li frequenti donativi, per cui rimaneva sempre impoverito.
( 8 ) In Francia i luigi hanno 22 carati di oro puro, e 2 di lega. Noi ci siamo confermati alle monete di Spagna.
( 9 ) V. pramm. De monetis et illis falsificationibus et prohibita arte chimica, et argentaria sine licentia, n. LIII, 20 dicembre I745.
( 10 ) Nel I734 sotto l'imperatore Carlo VI fu battuta l'oncia siciliana.
( 11 ) V. DIODATI, op. cit., pp. 48-52.
( 12 ) Ibidem, p. 54.
( 13 ) Le nostre leggi proibiscono fondersi ed estrarsi le monete. V. pramm. De monetis, cit., n. XIV, 20 aprile I622 e n. XXXVI, 29 maggio I683.
( 14 ) V. GALANTI, Nuova descrizione, cit., t. II, p. 334 .
( 15 ) VERGARA, Op. cit., tav. XXXXII, n. 1, pp. 129-131.
( 16 ) Ibidem, tav. XXXXIV, n. 1, p. 135.
( 17 ) Li stranieri pagavano ciò che dovevano colla cattiva moneta, e si facevano pagare ciò che vendevano colla buona; e questo era naturale che accadesse.
( 18 ) L'abate GALIANI nelle sue annotazioni al libro Della moneta, cit., pp. 143-144, 275, 399-395 e 403-404, confonde il peso di argento monetato col valore della moneta, per cui la suppone oltre a cinque milioni.
( 19 ) Pramm. De monetis, cit., n. XL, 11 dicembre 1688.
( 20 ) Pramm. De monetis, cit., n. XLVII, 8 gennaio 1691.
( 21 ) Ibidem, n. LIII, 20 dicembre 1745.
( 22 ) Coppellandosi i dodici carlini del re Carlo Borbone del nostro re si trova in amendue di puro argento 25 trappesi 13 acini e 3/4.
( 23 ) V. la pram. De monetis, cit., n. XLVIII, 26 gennaio 1691.
( 24 ) Il conte GIANRINALDO CARLI, Delle monete e dell'instituzione delle zecche in Italia, t. ii, Pisa MDCCLVII, p. 95, crede che la moneta de' cavalli siasi usata fin da' tempi di Ruggiero, ma poi noi non abbiamo tali monete prima di Ferdinando I, che ne battè un numero presso che infinito.